Oggi, per un’antica tradizione, si celebra una domenica particolare al centro del tempo di avvento: in latino questa domenica veniva chiamata “Gaudete”, cioè “Gioite”, “Rallegratevi”, prendendo spunto dalla prima parola dell’antifona di ingresso che di solito non viene letta perché sostituita da un canto, ma che dice così: «Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino» (Fil 4,4.5).
Anche a metà della Quaresima c’è una domenica analoga, la domenica “Lætare”. Il motivo è presto detto: la Chiesa concedeva una pausa nelle penitenze della quaresima e anche in quelle dell’avvento che in altri tempi era una vera e propria quaresima prima del Natale. A sottolineare il carattere festoso di queste due domeniche, ancor oggi il sacerdote può indossare per la messa dei paramenti di colore rosaceo (che si vedono solo in queste due occasioni).
Anche se le penitenze non sono più quelle di una volta, specialmente in avvento che non è più un tempo penitenziale ma di attesa, possiamo però riflettere su questo invito alla gioia tanto forte da diventare perfino un comando. Si può comandare la gioia? È giusto farlo?
A “prima vista” si direbbe di no: come tutti i sentimenti, la gioia è spontanea, non si può farla nascere a comando. Inoltre, cercare di essere o di sembrare contenti quando in realtà non lo si è, dà l’impressione di una forzatura, se non addirittura di una falsità.
Allora, perché Paolo comanda, o almeno raccomanda, ai Filippesi e ai Tessalonicesi (seconda lettura di oggi) di rallegrarsi?
Innanzitutto perché hanno motivo di gioire, ma rischiano di non accorgersene o di dimenticarlo: il Signore è vicino, ci vuole bene, ha dato la sua vita per noi, ci viene incontro e presto lo vedremo e ci abbraccerà. Ogni dolore e tribolazione, anche se grande, prima o poi finirà, perché siamo stati creati per condividere la gioia di Dio. La fede e la speranza sono il primo motivo della gioia cristiana; quando ci si dice di gioire, in realtà ci si raccomanda di non dimenticare i motivi della nostra gioia.
Inoltre, seguendo l’esortazione a gioire, siamo guidati a riconoscere tutti gli altri piccoli e grandi motivi di letizia già presenti nella nostra vita, di cui magari rischiamo di accorgerci solo quando ci vengono tolti.
E poi c’è anche un motivo spirituale per coltivare la gioia, e questo ce l’hanno insegnato i santi come Francesco, Ignazio di Loyola e tanti altri: quando una persona è triste, è più esposta alle tentazioni, a fare scelte sbagliate, non secondo Dio. Viceversa, quando il nostro spirito è in pace e in comunione con Dio, noi siamo nella gioia e i nostri pensieri si orientano più facilmente al bene.
Si legge nella biografia di San Francesco (Vita seconda, di Tommaso da Celano): «[Francesco] assicurava che la letizia spirituale è il rimedio più sicuro contro le mille insidie e astuzie del nemico. Diceva infatti: “Il diavolo esulta soprattutto quando può rapire al servo di Dio il gaudio dello spirito. […] Ma – continuava – se la letizia di spirito riempie il cuore, inutilmente il serpente tenta di iniettare il suo veleno mortale. I demoni non possono recare danno al servo di Cristo, quando lo vedono santamente giocondo. Se invece l’animo è malinconico, desolato e piangente, con tutta facilità o viene sopraffatto dalla tristezza o è trasportato alle gioie frivole”. Per questo il Santo cercava di rimanere sempre nel giubilo del cuore, di conservare l’unzione dello spirito e l’olio della letizia. Evitava con la massima cura la malinconia, il peggiore di tutti i mali, tanto che correva il più presto possibile all’orazione, appena ne sentiva qualche cenno nel cuore. “Il servo di Dio – spiegava – quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché, se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime”».
Come tutti gli insegnamenti spirituali, anche questo contiene degli aspetti un po’ paradossali e deve essere applicato con sapienza e prudenza. La vita cristiana non comporta certo l’avere sempre un sorriso stampato sulla faccia, e di sicuro non possiamo accusarci di una colpa se qualcosa viene a rattristare la nostra vita. Ma resta vero che è molto facile perdere di vista la gioia, anche per motivi futili, e che quindi dobbiamo custodire questo dono per non cadere vittime del pessimismo che porta alla sfiducia, poi all’indolenza e infine alla complicità col male.
Il Signore ci custodisca nella sua gioia.