A Natale e nei giorni successivi, soprattutto nell’Epifania, ritorna con insistenza il tema della contrapposizione tra luce e tenebre. Nella messa della notte di Natale (tradizionalmente detta “di mezzanotte”) che quest’anno anticipiamo per il coprifuoco, la luce è quella soprannaturale, ultraterrena, degli angeli che appaiono ai pastori rischiarando il buio della notte in cui è nato Gesù.
Forse è un po’ scontato pensare al tempo che stiamo vivendo come a un tempo notturno, tenebroso, ma chi è stato colpito negli affetti, nella salute o nel lavoro ha certamente attraversato, e forse sta ancora attraversando, un periodo molto buio, come pure chi ha dovuto affrontare altre prove che non c’entrano col Covid.
Anche se le vaccinazioni ci permettono una realistica speranza di liberarci dalla pandemia, altre ombre si affacciano sulla vita del nostro mondo, ombre che non ci permettono di dire con falsa sicurezza: “andrà tutto bene”. L’avidità umana ha fatto ammalare il pianeta, ha corrotto la politica, ha fatto impazzire l’economia e sta rubando il futuro dei giovani e dei bambini. Milioni di persone migrano, spinti dalla guerra o dalla povertà; leaders senza scrupoli cavalcano le paure o i desideri di rivincita di popoli interi; fanatici indottrinati dall’odio sono pronti a tutto. La pandemia è stata solo un assaggio di quel che potrà accadere nei prossimi trent’anni e le profezie di sventura si moltiplicano, sia da parte di veggenti religiosi che da parte di laicissimi scienziati.
Nel passato non sono mancate le crisi planetarie: appena un centinaio di anni fa la spagnola fece 100 o 200 milioni di morti; la seconda guerra mondiale altri 55 o 60 milioni, aggiungendo l’orrore dei campi di sterminio e della bomba atomica; il crollo della borsa di Wall Street nel 1929 diede inizio alla cosiddetta “grande depressione” economica che durò per diversi anni in quasi tutto il mondo, riducendo letteralmente alla fame tantissime famiglie.
Ogni volta l’umanità si è rialzata, in qualche modo, ma questo non ci può dare la certezza che anche stavolta ne usciremo bene.
Dove possiamo trovare, allora, un fondamento credibile per una speranza che non ci illuda?
Ci rivolgiamo alla parola di Dio che risuona in questa notte.
La prima lettura, tratta dal profeta Isaia (VIII sec. a.C.), parla di un «popolo che camminava nelle tenebre» e di quelli «che abitavano in terra tenebrosa»; parla di un giogo oppressivo, di un bastone in mano a un aguzzino e di segnali di guerra: calzature di soldati in marcia e divise militari insanguinate. Si riferisce alla Galilea e alla Samaria (regno del Nord) che tentarono di opporsi all’impero assiro, ma furono conquistate militarmente e la loro popolazione fu deportata.
Il profeta Isaia predice allora il sorgere di una grande luce, la nascita di un re in Giudea (regno del Sud), sul quale ripone grandi attese: «Grande sarà il suo potere / e la pace non avrà fine / sul trono di Davide e sul suo regno, / che egli viene a consolidare e rafforzare / con il diritto e la giustizia, ora e per sempre».
Questo re viene identificato con Ezechia che fu effettivamente un re pio e animato da spirito di riforma, ma non riuscì certamente a regnare per sempre nella pace. D’altronde la corruzione sotto i suoi predecessori si era così estesa che non si poteva più risanare. Ecco che allora i cristiani hanno riferito queste profezie di Isaia non a Ezechia, ma a Gesù, nato nella città di Davide da un ramo molto secondario della sua discendenza, ma cresciuto in Galilea, un territorio lontano da Gerusalemme e perciò disprezzato dai giudei. Le promesse di Dio si sono compiute in modo inaspettato e totalmente diverso da come le aveva intese lo stesso profeta Isaia che le aveva annunciate.
Allora, cosa possiamo sperare noi? Possiamo sperare che Dio porti a compimento i suoi progetti per l’umanità, progetti che forse non possiamo nemmeno immaginare, ma che certamente sono progetti di bene e non di sventura.
Per quanto buia possa essere la notte che stiamo attraversando, la venuta di Gesù ci dice che Dio non ha mai avuto l’intenzione di abbandonare l’umanità a se stessa. Il suo intervento, però, non è consistito in un progetto politico o in una riforma economica o nel far nascere un uomo forte che mettesse ordine nelle faccende umane con la forza. Gesù non è stato un re terreno, nemmeno un re giusto come Ezechia: è nato come un piccolo migrante senza importanza, e la forza con la quale ha attratto al bene una parte dell’umanità non è il potere delle armi o del diritto, ma la voce della misericordia, della giustizia e della fedeltà (cf. Mt 23,23).
La luce della notte di Natale è una luce interiore che ci dice due cose: ci fa vedere cosa è bene e ci rassicura che non siamo soli a volerlo. Per quanto buia possa essere la notte intorno a noi, la luce di Dio non si spegne: anche oggi Gesù nasce nel cuore e nella vita di tante persone come volontà efficace di giustizia, come desiderio di ricevere e dare misericordia, come proposito fermo di fedeltà al suo Vangelo.
La notte che stiamo attraversando è rischiarata dalla luce della solidarietà e della prossimità che si sono attivate in questi mesi; dalla consapevolezza che si è risvegliata in chi ha aperto gli occhi sui mali del nostro tempo; dai propositi coraggiosi di chi sta cominciando a costruire un futuro diverso, sostenibile, inclusivo e fraterno.
Non sappiamo quanto durerà questa notte e per quali prove dovremo ancora passare, ma sappiamo con certezza che la luce di Dio non ci abbandona mai perché è dentro di noi.
Qualunque sia la notte che dobbiamo attraversare, come singoli o come popolo di Dio, sappiamo di non essere soli.
Buon Natale.