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La festa del 1 gennaio, che come tutte le feste inizia la sera precedente, celebra Maria SS. Madre di Dio, ma è anche la Giornata mondiale della pace ed è anche il passaggio dall’anno vecchio all’anno nuovo. In modo speciale, sento di dover riflettere almeno un po’ su questo passaggio, dato che abbiamo tutti una gran voglia di lasciarci dietro le spalle questo 2020 così travagliato e speriamo in un 2021 migliore.
Al vecchio rito di congedare l’anno vecchio in modo piuttosto violento, con scoppi, roghi e rotture di cose vecchie, quest’anno si aggiungono sui social media canzoni e video più o meno ironici, più o meno arrabbiati per tutto quello che è successo. La Chiesa invece, il 31 dicembre canta il Te Deum di ringraziamento. È giusto? O si potrebbe lasciar perdere?
Credo sia giusto, e provo a dire il perché.
Ma prima parto da una piccola-grande testimonianza.
In dicembre è morto un uomo un po’ più anziano di me che mi voleva molto bene e al quale volevo bene anch’io, anche se ci vedevamo non molto spesso. Due settimane fa, sua moglie mi ha scritto: «Nei momenti più difficili della vita voleva che recitassimo insieme il Te Deum, per ringraziare di ciò che ci era stato donato e non lamentarci di ciò che ci veniva tolto, cosi abbiamo fatto anche alla sua morte perchè la vita di Pino è stata un dono prezioso di cui dovremmo essere sempre grati al Signore».
Anche solo da queste poche righe, si intuisce quale può essere l’atteggiamento del credente nei confronti della difficoltà della vita: non l’atteggiamento “stoico” (pur apprezzabile) di chi cerca di andare avanti comunque, senza lasciarsi abbattere; nemmeno il tentativo di guardare al “bicchiere mezzo pieno” o a “quelli che stanno peggio”, anche se in questi giorni non dobbiamo dimenticarci per esempio di chi è rimasto coinvolto dal terremoto in Croazia o dei profughi bloccati nel gelo al confine tra Bosnia e Croazia.
La prova, il dolore, la sofferenza che proviamo quando la vita ci “taglia la strada”, ci impongono di riformulare la nostra fede, la nostra immagine di Dio e di noi stessi, e le nostre scelte di vita.
Quelli che nell’anno appena trascorso sono stati colpiti nella salute, nella perdita degli affetti o della sicurezza economica… avranno cercato di reagire, ciascuno come ha potuto.
C’è chi si rifugia nel volontarismo, altri cercano di minimizzare, altri diventano lamentosi, o aggressivi, o accusano le circostanze, gli altri, Dio… La debolezza non accolta né interpretata fa ancora più male, degenera in confusione e amarezza. Come pure sono controproducenti le risposte ideologiche, anche quelle che usano parole cristiane.
Come possono allora i discepoli di Gesù, credenti in un Dio Padre, accogliere dalle sue mani quel che sembra contraddire la sua paternità, la sua cura per noi? È un percorso difficile, assolutamente personale, cioè diverso per ciascuno, che si compie nella fede, alla luce della preghiera nutrita – direttamente o indirettamente – dalla Scrittura.
Dobbiamo rifarci inevitabilmente all’esistenza terrena di Gesù che ci ha narrato il Dio invisibile: durante la sua vita terrena fu la sua debolezza a manifestare la potenza del Padre, così nella fede il cristiano può ricomprendere la propria debolezza come possibilità di partecipare al mistero di morte e risurrezione di Cristo. Nel battesimo siamo stati uniti sacramentalmente alla morte e risurrezione di Cristo, ma questa unione deve poi compiersi esistenzalmente, per ciascuno in modo diverso, ma ugualmente partecipe della sua debolezza.
Scoprirsi deboli, bisognosi, segnati dal limite, ci spinge ad accogliere la nostra creaturalità che accetta di ricevere con umiltà. Io ricevo come dono prima di tutto me stesso: non ho niente di mio, ricevo tutto, quindi sono amato, accolto, accettato.
Riconoscere questo è fondamentale: dal riconoscimento si può passare infatti alla riconoscenza, alla gratitudine. Eucaristia significa proprio rendimento di grazie: se nel battesimo Cristo mi unisce alla sua morte per farmi risorgere con lui, questo passaggio avviene quando unisco il mio al suo rendimento di grazie, pronunciato “nella notte in cui fu tradito”, nella debolezza e nel dolore.
Possiamo perciò elevare il nostro Te Deum di ringraziamento al termine di quest’anno non solo perché forse non siamo stati colpiti o lo siamo stati meno di tanti altri, ma perché anche ogni anno ci offre per iniziativa di Dio la possibilità di crescere nella conoscenza di noi stessi e del disegno del Padre: essere assimilati a Cristo, uniti a lui nelle sofferenze per partecipare con lui alla sua gloria.