Rispetto alle letture del giorno di Natale e dei giorni seguenti che si soffermano maggiormente sui particolari della nascita di Gesù (Betlemme, i pastori, i Magi…), le letture di oggi sembrano uscire dalla cronaca per raccontarci qualcosa che è avvenuta “prima” che la storia avesse inizio, o meglio, nell’eternità.
La prima lettura è tratta dal libro del Siracide e parla della Sapienza. Si potrebbe dire che quello della Sapienza era una sorta di “movimento culturale internazionale”: molti dotti e filosofi dell’area mediterranea e mediorientale hanno parlato per secoli di questa entità, spesso personificata. I sapienti ebrei sentivano anch’essi il fascino di queste riflessioni e vi si sono inseriti, cercando però di ricondurle alla matrice della loro cultura e religione. Perciò questa Sapienza è stata identificata con la Legge di Mosé che secondo loro preesisteva alla creazione del mondo: anche se fu data in un momento preciso della storia sul monte Sinai a Mosé, essa fu creata da Dio all’inizio, prima di tutte le altre creature, e fin da allora fu predestinata al popolo di Israele quasi come una sposa.
Il Vangelo, con il prologo di San Giovanni, riprende questa concezione e prosegue nei contatti col pensiero ellenistico. Qui non si parla più della Sofia, della Sapienza, ma del Logos, altra parola un po’ misteriosa che poteva avere tantissimi significati, dalla lista della spesa fino al senso della vita e del mondo. In latino è stata resa con ‘Verbum’, perciò in italiano viene tradotta con ‘Verbo’, ma credo che l’espressione “senso” si avvicini di più al suo significato in questo contesto. Per l’evangelista, la Sapienza di Dio manifestata nella sua legge è il senso, l’ordine delle cose secondo il quale è stato fatto il mondo, e questo senso si è manifestato in Gesù. Tuttavia, in modo diverso da Mosé, Gesù non è solo il portavoce di questo senso o di questa sapienza, ma è egli stesso l’incarnazione della Sapienza di Dio, del senso del mondo.
In altre parole, secondo Giovanni, il mondo non è frutto del caso o della necessità; non è – come dice Macbeth – “il racconto di un povero idiota, pieno di strepito e di furia che non vuol dire niente”. Il mondo ha un senso, è ordinato secondo un progetto divino e questo progetto è Cristo. È Cristo il punto di arrivo della creazione e anche il nostro punto di arrivo.
Infatti, nella seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Efesini, l’autore benedice Dio perché in Cristo «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere – un giorno – santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà».
Quello che contempliamo oggi, per quel poco che ne possiamo capire noi che siamo inseriti nel fluire del tempo (e non possiamo nemmeno immaginare qualcosa che non lo sia) è il pensiero eterno di Dio che ci abbraccia dall’eternità.
Provo a dirlo così: prima che nascessero lo spazio e il tempo, prima del “Big Bang”, c’era il pensiero di Dio, il suo progetto di generare dei figli liberi e capaci di amore gratuito (carità) a immagine del suo Figlio, colmi del loro stesso Spirito.
Tanto la minuscola vita di ciascuno di noi come la storia dell’umanità (e chissà? forse anche l’esistenza di altri mondi abitati da altri esseri intelligenti) hanno ricevuto da Dio il loro inizio e da lui saranno portati a compimento perché possiamo diventare in tutto simili al suo Figlio. In Gesù, nella sua vicenda umana limitata, perciò uguale alla nostra e tuttavia così diversa, ci è dato di contemplare il Logos, il senso di tutto, la Sapienza di Dio che ci illumina.
Se la Torah, la Legge data per mezzo di Mosè, aveva già distinto e separato il bene dal male, il Figlio ci ha fatto conoscere la verità e ci ha regalato (la “grazia” di Dio è il suo amore gratuito, che non si può acquistare in alcun modo) la possibilità di giungere al nostro compimento: diventare simili a lui, noi scimmie (poco) evolute.
È la stessa visione che San Paolo esprime nella Lettera ai Romani: «noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (Rom 8,28-30).
Sembra tutto facile, sembra che a ogni passaggio segua il successivo quasi automaticamente: sappiamo bene che non è così. Ma forse, un giorno, voltandoci indietro a guardare tutto il cammino percorso, avremo l’evidenza che la mano di Dio non ci ha mai abbandonato e che la nostra fiducia in lui era stata ben riposta.
Per ora, ringraziamo Dio che ci rivela, nel Natale di Gesù, il senso della nostra vita e del mondo: la nostra trasformazione a immagine del suo Figlio.