Il brano del Vangelo di oggi è tratto dal primo capitolo di Giovanni e racconta la chiamata dei primi discepoli. Matteo, Marco e Luca la raccontano in modo diverso: Gesù passa lungo il lago e chiama due coppie di fratelli pescatori che lasciano tutto e lo seguono. Il loro modo di raccontare mette maggiormente in evidenza la chiamata di Gesù, il fatto che è lui a scegliere i suoi discepoli (che accettano liberamente), ma sarebbe strano se le cose fossero andate letteralmente in questo modo e i discepoli avessero abbandonato famiglia e lavoro per seguire un perfetto sconosciuto, anche se indubbiamente affascinante.
Invece l’evangelista Giovanni, con poche parole, ci fa capire che questa chiamata ha avuto una storia un po’ più lunga.
[Andrea e un suo amico, forse lo stesso Giovanni, erano discepoli di Giovanni il battezzatore che ha riconosciuto Gesù come “l’agnello di Dio”. Per noi forse è un’espressione un po’ enigmatica, ma gli ebrei al tempo di Gesù potevano capirla senza difficoltà anche se non erano studiosi della Bibbia. Tutti sapevano che prima di uscire dalla schiavitù in Egitto ogni famiglia aveva ucciso un agnello e aveva segnato col suo sangue la porta di casa. Perciò, grazie al suo sangue, il popolo di Dio era stato preservato dalla morte. In questo senso, Giovanni il battista intuiva già in Gesù colui che avrebbe dato il proprio sangue per la salvezza del popolo di Dio. Ma c’è un altro significato che rafforza questa immagine.
Il profeta Isaia (53,7) dice che il Servo del Signore «era come agnello condotto al macello», cioè mite, remissivo. In aramaico, la lingua parlata da Giovanni, la parola talya’ significa sia “agnello”, sia “garzone” o “servo”, perciò Giovanni vede in Gesù il misterioso servo del Signore, sofferente e perseguitato, ucciso come un agnello. Di questo Servo del Signore Isaia dice che si è «addossato i nostri dolori... portava il peccato di molti» (53,4.12) come un agnello sacrificale, un povero animale senza colpa che viene ucciso per chiedere il perdono di Dio, per “cancellare” i peccati. Il verbo ebraico usato da Isaia, nasa’, significa sia “portare”, sia “togliere”. Ecco perché il profeta Giovanni dice che Gesù è l’agnello (e il Servo) di Dio che prende su di sé il peccato del mondo per toglierlo, per cancellarlo. A questa profezia si alluderà ancora verso la fine del Vangelo (19,36), quando si dirà che a Gesù non saranno spezzate le gambe come agli altri due crocifissi con lui: infatti, anche all’agnello pasquale non doveva essere spezzato alcun osso (cf. Es 12,46).]
Andrea e l’altro discepolo sono dunque discepoli di Giovanni il battezzatore, quindi persone che possiedono già una sensibilità religiosa, persone “in ricerca”, diremmo oggi. Ma in ricerca di che cosa, esattamente? Quando Gesù glielo chiede («Che cosa cercate?» v. 38), i due rispondono con un’altra domanda, forse perché ancora non si fidano dello sconosciuto o forse perché non lo sanno nemmeno loro.
Se la domanda fosse rivolta a me, come risponderei? Ci sono stati momenti nella mia vita in cui avrei risposto con sicurezza, senza esitare: «Io cerco te, Signore. Dimmi dove stai, dimmi dove e come ti posso trovare e io ti raggiungerò». Sarebbe stata una risposta sincera, ma non del tutto vera. Con il tempo, passando per varie esperienze, ho capito che dentro di me ci sono tanti altri desideri, buoni e cattivi. Ho capito che molto spesso ho cercato Dio per quel che volevo ricevere da lui, per risolvere problemi ai quali non riuscivo nemmeno a dare un nome, o per non affrontare problemi che tenevo nascosti anche a me stesso… Perciò, che cosa stavo cercando veramente? E che cosa cerco ora che sono anziano e disabile? Fino a non molto tempo fa avrei risposto come tutti i malati di cui parla il Vangelo: «Se tu vuoi, puoi guarirmi». Il desiderio di rialzarmi in piedi aveva oscurato tutti gli altri e rischiava (più della stessa disabilità) di impedirmi di vivere bene, di rendermi selettivamente cieco a una parte della realtà e di togliermi la gioia di ringraziare Dio.
Per vivere ho bisogno – abbiamo tutti bisogno – di desideri che vadano oltre noi stessi, che ci aiutino a non chiuderci, a non diventare meschini ed egoisti. Ma abbiamo anche bisogno di qualcuno che ci aiuti a guardare in noi stessi e a non scoraggiarci quando scopriamo che i nostri grandi desideri non sono puri, sono grano mescolato con la zizzania; qualcuno che sostenga la nostra fiducia mentre cadono le proiezioni, le rimozioni e tutte le altre storie che ci raccontiamo ogni giorno. Andrea e (forse) Giovanni cominciano a seguire Gesù, ma ci vorrà tutto il Vangelo per aiutarli a capire cosa stanno cercando e come trovarlo. Con Nicodemo cercheranno Gesù nel buio della notte e scopriranno di dover rinascere di nuovo e “dall’alto”. Con la Samaritana daranno un nome alla loro sete e all’acqua che stanno cercando. Con gli abitanti di Cafarnao scopriranno qual è il vero pane di cui hanno fame, e così per tutti gli altri incontri del Vangelo.
Antoine de Saint-Exupéry, l’autore del Piccolo principe, disse: «Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito». È una bella frase e c’è del vero in essa, ma la nostalgia del mare vasto e infinito non è sufficiente per costruire una barca che possa veramente navigare: per passare dal desiderio alla realizzazione c’è bisogno di intelligenza, di fatica e di perseveranza. E alla fine forse ci si ritrova non a prendere il largo nel “mare vasto e infinito”, ma a fare un po’ di cabotaggio nell’Adriatico (e a esserne comunque felici).
Col passare degli anni è forte la tentazione di ridurre le nostre attese, gli ideali che – spero – ci hanno entusiasmato da giovani. Tuttavia, anche se l’esperienza ci rende meno ingenui, anche se le nostre capacità diminuiscono, i nostri desideri non devono ridursi o spegnersi, ma essere offerti a qualcuno più affidabile di noi, a colui che è sorgente e punto di arrivo di ogni nostro desiderio.
Il Vangelo dice che quei due discepoli «quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio». Il testo greco dice alla lettera che era l’ora decima, cioè mancavano solo due ore al tramonto, eppure quelle due ore sono state così importanti che l’evangelista (probabilmente uno dei due) non dice che rimasero con lui quella sera o quel pomeriggio, ma “quel giorno”.
Questo Vangelo mi dice che anche quando il giorno comincia a declinare si può ancora desiderare e incontrare il Signore, e questo desiderio e questo incontro danno senso a tutta la giornata, pur con tutte le sue fatiche, i suoi disorientamenti e i ritardi.