Oggi l’evangelista Marco ci racconta la chiamata dei primi discepoli in modo diverso da come l’ha raccontata Giovanni domenica scorsa, ma prima riassume con pochissime parole l’inizio della missione di Gesù. Egli chiede ai suoi ascoltatori di convertirsi e all’apparenza è la stessa richiesta di Giovanni il battista, ma c’è una profonda differenza: Giovanni metteva in guardia in modo minaccioso i suoi ascoltatori perché il regno di Dio era vicino; per evitare il giusto castigo dovevano convertirsi, cioè smettere di comportarsi male e cominciare a comportarsi bene, altrimenti non sarebbero entrati nel Regno. Invece Gesù si fa portavoce di un Vangelo, cioè di un “buon annuncio”, un annuncio gioioso, non minaccioso. La conversione richiesta da Gesù è diversa: ancora non è del tutto chiaro in cosa consista, ma non è per sfuggire il castigo, bensì per entrare nel Regno che si è fatto vicino.
Per ora Gesù invita due coppie di fratelli, pescatori, a seguirlo: stando con lui capiranno che cos’è il regno di Dio e in cosa consistono la conversione e il buon annuncio, il Vangelo di Dio che egli annuncia. Essi ricevono anche la promessa di diventare pescatori di uomini, ma questa non è ancora la chiamata a diventare apostoli, cioè anche se poi tutti e quattro lo diventeranno: è la chiamata a diventare discepoli. Questo è un particolare che potrebbe sfuggire facilmente: si potrebbe credere che solo alcuni, gli apostoli – oggi, i vescovi e i preti – siano scelti da Dio per pescare gli uomini, cioè per salvarli. Invece, tutti i discepoli e le discepole di Gesù – cioè tutti i cristiani – sono “salvati per salvare”.
Quando ero bambino, il cristianesimo che mi è stato insegnato in parrocchia (o quel che ho capito io) consisteva soprattutto nel cercare di salvare la mia anima. Per i cattivi c’era l’inferno e per i buoni il paradiso, ma era molto difficile essere buoni: il diavolo ci preparava trappole a ogni passo ed era quasi impossibile non caderci dentro, tanto più che se uno riusciva a fare tutto alla perfezione, poteva ancora cadere nel peccato di superbia e perdere tutto il suo capitale di buone azioni. Naturalmente c’era del vero in questo insegnamento, ma se leggiamo i primi versetti del Vangelo secondo Marco ci accorgiamo subito che il tono dell’annuncio è completamente diverso: è gioioso, non minaccioso.
Innanzitutto le tentazioni non fanno più così paura: Gesù le ha vinte e anche se i discepoli che lo seguono non sono per questo senza tentazioni e senza peccati, lui sarà sempre con loro per correggerli, educarli, sostenerli e perdonarli. Seguendo lui sono “pescati” fuori dal male del mondo, imparano a vivere in un modo nuovo, e non per se stessi solamente: i discepoli e le discepole di Gesù imparano a vivere come lui e perciò diventano capaci di salvare altre persone con la loro parola e soprattutto con le relazioni fraterne.
Infatti Gesù non fa lunghi discorsi: il suo messaggio è qui riassunto in pochissime parole. Il regno di Dio si è fatto vicino ed è possibile entrarci: questo è il Vangelo, la buona notizia. La conversione (intesa come comportarsi bene) non è più la condizione previa per entrare nel Regno, ma la conseguenza. Infatti ‘conversione’ in greco si dice con una parola che significa cambiare mentalità, mentre invece in ebraico si dice “ritornare”: la conversione richiesta da Gesù consiste nel seguire lui, nello stare con lui e in questo modo ritornare a Dio, cambiare modo di pensarlo.
Potrei dire che la mia conversione – appena iniziata, anche se da molti anni – consiste nel passare da una religione moralista, in cui è importante il mio modo di comportarmi, a una relazione con Gesù nella quale mi affido a lui fino a partecipare alla sua morte e risurrezione.
Ma questo è il punto di arrivo: oggi il Vangelo ci presenta il punto di partenza: il gioioso annuncio che è possibile entrare nel regno di Dio perché Gesù ci chiama a vivere con lui.