Il brano di Vangelo di questa domenica prosegue la lettura del primo capitolo del Vangelo secondo Marco. Nella cosiddetta “giornata di Cafarnao” Gesù, dopo aver scacciato un demonio nella sinagoga, inizia la sua attività di guaritore, prima con la suocera di Pietro e poi con tutti gli ammalati della città.
Leggendo alcuni commenti del brano di oggi ho trovato anche quello di Luciano Manicardi, l’attuale priore della comunità monastica di Bose, che dice: «Incontrando i malati, Gesù non predica mai rassegnazione, non presenta atteggiamenti fatalistici, non afferma mai che la sofferenza avvicini maggiormente a Dio, non chiede mai di offrire la sofferenza a Dio, non nutre atteggiamenti doloristici: egli sa che non la sofferenza, ma l’amore salva! Egli combatte il male, cerca di restituire l’integrità della salute e della vita al malato, lotta contro la malattia, dice di no al male che sfigura l’uomo. Così Gesù fa delle sue guarigioni delle profezie del Regno».
Ha ragione da vendere, ne sono convinto senza riserve, e tuttavia qualcosa mi suona male, in queste parole. È verissimo che Gesù ha sempre curato gli ammalati che ha incontrato per testimoniare l’amore del Padre e per annunciare la venuta di quel Regno in cui non ci sarà più sofferenza, né malattia, né morte. E anch’io detesto il dolorismo, cioè quell’idea secondo la quale c’è un valore nella sofferenza: il dolore è male, bisogna dirlo chiaramente. Ma cosa si fa quando la malattia non può essere vinta? Se Gesù non concede un miracolo, cosa ci resta da fare?
Credo innanzitutto che chiunque si trovi a vivere un dolore o una somma di dolori debba fare un percorso molto personale, rispetto al quale ci sono ben poche risposte prefabbricate o non ce ne sono affatto. Alla fine non potrà dire agli altri: “Fate come ho fatto io”, perché quell’itinerario è solo suo, nessuno ne traccerà mai la mappa.
Però, anche se questo percorso lo dovrà percorrere con i suoi passi, non lo dovrà fare da solo, ma dovrà farsi aiutare il più possibile perché la solitudine rende più gravi i problemi e riduce di molto la possibilità di uscirne: quando stiamo male spesso l’istinto ci spinge a isolarci, come fanno gli animali che cercano un luogo riparato per rimanere lì e risparmiare le forze, ma il più delle volte muoiono. Invece è un dono particolare della nostra specie il poter contare non solo sulle forze del nostro corpo e della nostra mente, ma anche sull’aiuto degli altri, sul loro sguardo, le loro parole, la loro presenza e le loro azioni. I dolori che non si riescono a comunicare si moltiplicano e si ingigantiscono; il mutismo e l’isolamento diventano essi stessi parte della sofferenza. Certo, non tutti sanno o vogliono aiutare, ma forse le persone capaci e disposte a prendersi cura sono più di quelle che si pensano. Nel Vangelo di oggi infatti ci sono persone che portano Gesù dai malati o i malati da Gesù: c’è una solidarietà umana che diventa il primo passo verso la salvezza.
Con l’aiuto di chi può e vuole aiutare si può cominciare a dipanare la matassa della sofferenza, cercando di capire che cosa dipende da noi e cosa invece no; che cosa si può sistemare e che cosa non può essere cambiato. Il dolore comporta spesso molta confusione e il processo di guarigione può essere una grande occasione per rimettere ordine nella propria vita e nelle proprie relazioni. Dipanare la matassa può richiedere molto tempo, specialmente se ad aggrovigliarla siamo stati noi, ma non ci sono quasi mai soluzioni semplici per problemi difficili.
Un altro punto da tenere presente è che la via di uscita potrebbe essere molto diversa da quella che desideriamo e sicuramente non sarà un tornare alla linea di partenza. Non si può mai tornare indietro: è un’illusione. E per andare avanti non basta la volontà: ci vuole anche flessibilità, creatività, adattabilità.
Alla fine, se tutto va bene, se ne esce un po’ più maturi e più forti, migliori. Ma può anche non andare tutto bene: cosa si può fare e cosa si può dire quando non c’è una via di uscita, quando tutti gli sforzi e tutti gli aiuti non riescono a salvare? Quando non si riesce a trovare un senso a quel che ci accade?
Credo che quello sia il momento di mettersi nelle mani del Padre. Dopo aver cercato e lottato, viene anche il momento di affidarsi e di accettare di non poter cambiare le cose come vorremmo, per noi o per gli altri. Non in questa vita.
E forse, come estremo atto d’amore, quando non si è più capaci di fare niente, quando non ci resta più niente da dare, si può sperare che almeno il nostro patire possa in qualche modo, misterioso, fare un po’ di bene a qualcuno, magari proprio a quelli che ci hanno accompagnato e che in questo cammino sono cresciuti nella loro umanità. Non credo sia la presunzione quella che fa dire a un malato: “offro le mie sofferenze”; credo sia la consapevolezza della propria fragilità, del proprio essere diventato “inutile”, unita all’amore e al desiderio di poter dare ancora qualcosa che lo fa sperare che il suo dolore non sia solo perdita, ma sia prezioso agli occhi di Dio.
Nell’ultima cena Gesù ha consegnato se stesso nel segno del pane spezzato, desiderando che la sua passione potesse nutrire i suoi discepoli. Durante la sua vita ha guarito tanti malati, si è preso cura di tante persone, ma alla fine, quando le sue mani sono state inchiodate sul legno, quando non ha più potuto fare nulla, ha amato, perdonato e sofferto; ha offerto la sua vita, la sua sofferenza e la sua morte.
Nessuno deve autoimporsi delle sofferenze: vengono già recapitate a domicilio. Ed è giusto lottare contro il male e cercare di alleviare ogni tipo di dolore nostro e altrui. Ma quando non ci sono altre vie di uscita, quando è evidente che dobbiamo attraversare il dolore, allora credo che sia giusto assumerlo cercando di dargli un senso non ideologico ma personale, trovato nel dialogo con Dio e nella comunione con chi ci vuol bene.