Il brano di oggi conclude la lettura del primo capitolo del Vangelo secondo Marco. Gesù gira per i villaggi della Galilea predicando nelle sinagoghe e guarendo malati e indemoniati, ma ad un certo momento gli viene incontro un malato molto particolare, almeno per la mentalità del tempo.
Per la medicina moderna la lebbra è una malattia come tutte le altre, causata da un bacillo scoperto nel XIX secolo, ma ai tempi di Gesù questa malattia rendeva impuro chi ne era affetto e lo costringeva a vivere isolato, per molti anni, fino alla morte. Ancor oggi si dice “trattare qualcuno come un lebbroso” quando lo si tiene a distanza e lo si disprezza. Infatti la Legge imponeva l’isolamento perché in qualche modo si era capito che la lebbra era contagiosa, anche se non c’erano i microscopi e non si conoscevano i microbi, ma questa misura dell’isolamento portava con sé anche uno stigma: un po’ come i malati di AIDS negli anni ‘80, i lebbrosi erano guardati con disprezzo, come castigati da Dio per una colpa forse sconosciuta, ma di sicuro molto grave.
Purtroppo adesso sappiamo bene cos’è l’isolamento. Negli ultimi mesi molti di noi hanno dovuto trascorrere alcuni giorni chiusi in casa e molti altri hanno dovuto affrontare la malattia (e qualcuno anche la morte) in ospedale, senza incontrare parenti e amici, senza che nessuno potesse tener loro la mano e senza poter parlare, perché intubati. Possiamo allora immaginare cosa poteva voler dire passare tutta la vita in isolamento, scacciati anche dalla propria casa, senza più incontrare amici e parenti, ma solo altri lebbrosi, altri disperati.
Il testo di oggi segue alcuni codici antichi i quali dicono che Gesù si commosse visceralmente per questo poveretto, ma altri invece dicono che si arrabbiò e siccome questa parola è più difficile da capire, probabilmente è quella originale: Gesù si indignò non contro il lebbroso, ma contro la malattia e contro l’isolamento al quale era costretto. Forse per noi oggi è facile capire questa indignazione, ma Gesù era immerso nella sua cultura e nella sua religione come tutte le altre persone della sua epoca: nonostante questo ha saputo guardare oltre, ha saputo capire da solo quel che era giusto, la vera volontà di Dio. Questo è il compito di tutti i profeti: vedere aldilà delle abitudini e del modo comune di pensare per scuotere le coscienze e rivelare la volontà di Dio.
Oggi non occorre un profeta per capire che un lebbroso non dev’essere tenuto a distanza, ma spesso succede che la paura, l’ignoranza o la cattiveria facciano sì che qualcuno sia “trattato come un lebbroso”. Ricordo che nel 1981 il presidente Sandro Pertini invitò a pranzo un bambino della provincia di Pescara che era guarito dalla lebbra ma che continuava a essere isolato da tutti, tanto che i suoi compagni di classe erano stati tenuti a casa dai loro genitori. Ma quanti “lebbrosi” ci sono oggi, quante persone vengono mantenute a distanza di sicurezza a causa di pregiudizi.
Gesù poteva guarire quest’uomo anche a distanza, come poi gli accadrà altre volte, invece fa quello che non avrebbe mai dovuto fare, in nessun caso: lo tocca, annulla la distanza. Per purificarlo, per dargli la possibilità di uscire dall’isolamento e di essere riammesso in relazione con le altre persone, Gesù lo tocca, entra lui in contatto con il lebbroso toccando la lebbra. Questo gesto non rimarrà senza conseguenze: l’ultimo versetto del capitolo ci dice che Gesù non poteva più entrare nei centri abitati, ma doveva rimanere fuori, un po’ come i lebbrosi, anche se per motivi diversi. Potremmo dire che una parte della lebbra di quell’uomo gli si è attaccata addosso, perché fare il bene è sempre compromettente, comporta “toccare la lebbra”, cioè condividere la storia e i problemi di quelli che si aiutano.
In Gesù, Dio ha toccato la nostra lebbra per purificarci, ha condiviso con noi i nostri pesi per sollevarci e le nostre solitudini per rompere il nostro isolamento. Per questo possiamo anche noi toccare con delicatezza le ferite degli altri per sanarle, condividendo le loro fatiche e aprendo uno spiraglio nella solitudine in cui sono rinchiusi.