Ogni anno nella prima domenica di Quaresima si parla delle tentazioni di Gesù nel deserto, leggendone il racconto rispettivamente nel Vangelo secondo Matteo, Marco, Luca: quest’anno, come sappiamo, leggiamo il Vangelo secondo Marco. Questo Vangelo non descrive nel particolare le tre tentazioni di Gesù come fanno Matteo e Luca, ma molto sobriamente accenna al fatto che Gesù fu “gettato” o spinto nel deserto dallo Spirito Santo e lì fu tentato da Satana per quaranta giorni, mentre “stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano”.
Sono pochissime parole dal significato piuttosto oscuro se le prendiamo come sono, senza pensare ai racconti di Matteo e di Luca. Possiamo farci diverse domande, per esempio: perché lo Spirito Santo lo spinse quasi violentemente nel deserto? Quali tentazioni avrà mai potuto trovare nel deserto, se lì non c’è niente e nessuno? Se gli angeli lo servivano, ci stava comodo?
Parto dall’ultima. Gesù nel deserto non ci stava comodo. Nella Bibbia e nei primi secoli del cristianesimo il deserto è per eccellenza il luogo in cui manca tutto, il luogo nel quale si è tentati dalla paura, dallo scoraggiamento, dal credere che anche Dio ci abbandoni. Oggi parecchie persone cercano di trascorrere periodi di vacanza nella pace e nel silenzio dei monasteri o fanno perfino un giretto in tenda ai margini del Sahara. Quello è turismo, rispettabilissimo e magari anche benefico, visti i ritmi della nostra vita quotidiana. Il deserto vero però è tutta un’altra cosa (mi sembra di averlo già scritto, ma non ricordo quando): il deserto può essere un lutto, un fallimento, la fine di una relazione, la solitudine, una perdita irrimediabile, il venir meno di una speranza, di un sogno o di un progetto, la depressione, una situazione apparentemente senza via di uscita… Ogni persona prima o poi attraversa un deserto e per qualcuno la vita è quasi tutta un lunghissimo deserto, cioè la condizione in cui viene a mancare quel che ci sembra indispensabile per vivere, o almeno per vivere bene, senza soffrire troppo.
Per Israele il deserto è anche il luogo dove cominciò a diventare un popolo, il popolo di Dio. Dopo l’uscita dall’Egitto gli israeliti cominciarono ad attraversare il deserto e per dieci volte mancarono di fiducia nel Signore, accusandolo di averli portati fin lì per farli morire: per questo dovettero attendere quarant’anni prima di entrare nella terra promessa. Secondo il libro dell’Esodo (8,20-23) fu un angelo (a nome di Dio) a guidare il popolo, facendogli attraversare “questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni” (Dt 8,15).
Ritroviamo tutti questi elementi nel Vangelo di oggi: le bestie selvatiche, pericolose per l’uomo, il numero 40 che indica un tempo molto lungo, l’aiuto degli angeli, inviati da Dio. Dopo essere stato battezzato da Giovanni il battista nel fiume Giordano, il fiume che il popolo attraversò per entrare nella terra promessa, Gesù lo riattraversa in direzione opposta per tornare nel deserto, il luogo in cui tutto ebbe inizio, il luogo in cui il popolo non superò la prova (‘prova’ e ‘tentazione’ erano la stessa parola nel Primo Testamento), mancando di fiducia in Dio. Lo Spirito Santo che nel battesimo è sceso su di lui per consacrarlo per la sua missione, prima lo spinge nel deserto quasi per ripartire lì dove Israele aveva fallito, per ricominciare da capo la storia della salvezza.
Dal contesto si capisce allora che la tentazione di Satana non consiste nel fare chissà cosa (nel deserto…), ma nel non fidarsi di Dio, nel cedere alla paura, nel credere possibile che il Padre non abbia cura di lui. I peccati sono di tanti tipi, ma la tentazione è sempre la stessa: non fidarsi di Dio. Questa è la tentazione radicale, quella che sta sotto ogni altra tentazione: perché si ruba, si tradisce, si usa violenza, si trascura il proprio dovere? Perché si fanno cose sbagliate e si omettono quelle giuste? Perché pensiamo di averne bisogno; perché crediamo che altrimenti non potremo essere contenti e non riusciremo ad avere ciò che ci è necessario, anzi: indispensabile. Ogni tentazione nasconde un inganno: promette una gioia che presto o tardi svanirà, e ci allontana da Dio e dagli altri, spingendoci in un deserto aridissimo.
Nel cammino di Quaresima, il tempo in cui maggiormente si sottolinea il valore della conversione, del ritorno a Dio, siamo chiamati a rivedere la nostra vita e ad allontanarci coraggiosamente da tutto ciò che è male, credendo che Dio non ci farà mai mancare quel che è necessario a vivere come suoi veri figli.