Il Vangelo di oggi riporta delle parole molto forti di Gesù a proposito del matrimonio, parole che non possono essere intese soltanto come affermazione di una legge molto, molto esigente, ma che dobbiamo comprendere come Vangelo, cioè “buona notizia”, e come rivelazione. Io, come prete e quindi celibe, non sono molto competente in materia di matrimonio, ma devo comunque annunciare il Vangelo, la buona notizia della nostra liberazione dal peccato e dalla morte.
Comincio col dire che ai tempi di Mosé e di Gesù non c’era il divorzio: c’era il ripudio, che è diverso. L’uomo poteva ripudiare la moglie, cioè mandarla via dalla sua casa se trovava in lei “qualcosa di vergognoso” (cf. Dt 24,1-4). I maestri della legge discutevano su cosa fosse questo qualcosa di vergognoso: alcuni restringevano la possibilità del ripudio al solo adulterio, altri erano del parere di poter ammettere come motivo valido qualsiasi cosa non piacesse al marito.
I profeti, a differenza dei maestri della legge, non amano i cavilli giuridici e sono sempre intransigenti; per questo nel libro del profeta Malachia (2,16) si legge: «Io detesto il ripudio, dice il Signore Dio d’Israele». «Perché il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che ora perfidamente tradisci, mentre essa è la tua consorte, la donna legata a te da un patto. Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? […] Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza» (Ml 2,15-16). Non poteva essere diversamente: inviati da Dio, i profeti difendono sempre i più deboli, in questo caso la donna che una volta ripudiata era abbandonata a se stessa, senza più aiuti né prospettive per il suo futuro.
Anche Gesù è un profeta, e anche lui non poteva schierarsi a favore del potere dei maschi contro le donne. Tuttavia, non si limita a pronunciarsi contro il potere di ripudiare la moglie, ma va oltre, rifacendosi al progetto di Dio come è annunciato nel libro della Genesi: il desiderio di Dio è che i due coniugi diventino “una sola carne”, cioè un solo essere, un’unità inscindibile.
È un ideale altissimo, che non si può raggiungere senza il suo aiuto; è anche un’opera “artigianale” che richiede creatività, pazienza, fatica, confronto. Non sempre riesce, per molti motivi, ma soprattutto perché in noi c’è quella che Gesù chiama la “durezza del cuore”, che è l’incapacità di amare come ha amato lui: senza riserve e senza misura. Esisteva ai tempi di Mosè, ai tempi di Gesù, e anche ai nostri tempi. E non è solo di qualcuno, di quelli meno buoni o più cattivi degli altri: la tentazione di pensare soprattutto al nostro tornaconto personale ce l’abbiamo un po’ tutti. Alcuni la vincono, ma perché un matrimonio riesca davvero a essere secondo la volontà di Dio, bisogna che tutti e due amino il coniuge più di se stessi.
Non esiste legge che possa obbligare ad amare in questo modo: per questo il matrimonio è una vera vocazione, una chiamata a uscire da se stessi per entrare nel regno di Dio, nella sua volontà che è il nostro vero bene. Per questo è un sacramento, un segno eloquente di una realtà divina che è l’amore oblativo e fecondo. Per questo è sostenuto da norme e regole che cercano di accompagnare e guidare verso il compimento di un ideale, ma che da sole non danno la forza per poterlo raggiungere.
Per la durezza del nostro cuore, poi, ogni chiesa cristiana ha stabilito delle regole più o meno permissive, più o meno strette, per consentire a due persone che non vogliono più stare insieme di riprendere il cammino della vita.
Ma resta vero che amare davvero richiede di non cercare il proprio tornaconto, e che i cristiani, una volta sposati, non possono più cercare la propria realizzazione e la propria felicità a prescindere dal bene del coniuge o peggio a scapito del suo bene.