Il brano che abbiamo ascoltato conclude il capitolo 10 del Vangelo secondo Marco, un capitolo lungo e pieno di tanti episodi apparentemente eterogenei e scollegati tra loro. In realtà, il collante che li tiene insieme è il viaggio di Gesù verso Gerusalemme e la formazione dei discepoli che egli cura durante questo viaggio.
Questo episodio si svolge a Gerico, un luogo carico di simboli negativi. Gerico è collocata nella più profonda depressione del pianeta: tra 230 e 280 metri sotto il livello del mare. Da lì inizia la “salita” a Gerusalemme, che infatti è situata a 754 metri di altitudine: dunque, circa 1000 metri di dislivello.
Perciò Gerico è in basso, agli antipodi di Gerusalemme, Città Santa, in alto su un monte. Inoltre, secondo la Bibbia, Gerico era stata distrutta da Giosuè all’inizio della conquista della Palestina: storicamente sembra che non sia vero, ma non importa. Ai tempi di Gesù si credeva che fosse vero e che Giosuè avesse maledetto colui che avrebbe ricostruito Gerico e che la maledizione si fosse avverata. Dunque, Gerico era una città “maledetta”. Nella parabola del buon samaritano, l’uomo che incappa nei briganti sta appunto scendendo da Gerusalemme a Gerico, perciò va nella direzione “sbagliata”, si sta allontanando dal luogo della residenza di Dio. L’incontro con Zaccheo, “capo dei pubblicani e ricco” (l’antitesi del discepolo di Gesù) secondo il Vangelo di Luca avviene proprio a Gerico e qui è ambientato anche il nostro episodio.
Mentre i discepoli seguono Gesù sulla strada che va a Gerusalemme, il figlio di Timeo, Bar-Timeo, cieco, è seduto (fermo), a lato della strada (fuori strada) a mendicare: l’evangelista annota questi particolari intenzionalmente, dando ad essi un significato simbolico, come pure a ciò che accade subito dopo.
Bartimeo sente parlare di Gesù, lo invoca con insistenza, viene chiamato, abbandona il mantello, va da Gesù, viene guarito e inizia a seguire Gesù.
Sente parlare di Gesù: per diventare discepoli c’è bisogno di qualcuno che parli di lui.
Lo invoca con insistenza: fuori e dentro di noi ci sono molte voci “ragionevoli” che ci invitano a non chiedere, a rinunciare, a lasciar perdere.
Viene chiamato: l’iniziativa appartiene al Signore, non a noi. Magari non ce ne accorgiamo subito, ma prima o poi capiamo che è così.
Abbandona il mantello: mentre il ricco, all’inizio del capitolo, non aveva voluto seguire Gesù perché “aveva molti beni”, Bartimeo si libera del mantello, l’unica cosa che possiede.
Viene guarito: inizialmente il battesimo era chiamato anche “illuminazione”.
Segue Gesù: è diventato discepolo, ci viene proposto come modello per il nostro discepolato.
Credo che nella vita ci capiti, più o meno spesso, di non “vederci chiaro”, di non capire le vie del Signore. Può capitare anche di sentirci “fuori strada” e molto lontani da lui, nella depressione di Gerico. Può anche sembrarci che non sia il caso di invocare il Signore, che sia inutile o che non ne siamo degni.
È proprio quello il momento di invocare il Signore per chiedere a lui la luce e la forza: solo lui ci può illuminare e attirarci a sé. Non si diventa discepoli del Signore al termine di un ragionamento o grazie a una decisione eroica: lo diventiamo perché è lui che ci vuole con sé.