Celebriamo oggi la solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, una festa mariana antica, iniziata in oriente nel secolo VIII, mentre il dogma è piuttosto recente (1854). Non bisogna confondere – lo ripeto tutti gli anni – l’immacolata concezione di Maria con il concepimento verginale di Gesù: nella festa di oggi si afferma che Maria è stata concepita senza il peccato originale, mentre il concepimento verginale di Gesù lo celebriamo nella festa dell’Annunciazione, il 25 marzo. Forse oggi ci riesce difficile capire la mentalità del tempo antico, quando gli animi si accendevano su questioni teologiche e il Papa Sisto IV nel XV secolo doveva proibire a macolisti e immacolisti di accusarsi vicendevolmente di eresia. Siamo ancora più lontani – anche se più vicini nel tempo – dal Senato di Palermo che a partire dal 1624 rinnovava ogni anno il solenne Voto sanguinario, comune a gran parte della Sicilia, giurando con un verbale di spargere il proprio sangue per la difesa dell’Immacolata, o dal 7 marzo 1632, quando nella cattedrale di Cagliari il parlamento del Regno di Sardegna giurò solennemente di difendere la dottrina della Purissima Concezione. Oggi preferiamo litigare sui vaccini e sul green pass, ma la tendenza alla scomunica reciproca è ancora ugualmente forte: l’importante è continuare a litigare…
Allora, lontani dalle polemiche di un tempo, che cosa festeggiamo oggi? Festeggiamo un’umanità perfetta, l’essere umano come avrebbe dovuto essere e come sarà un giorno, secondo la Lettera agli Efesini che abbiamo ascoltato prima del Vangelo: “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà” (Ef 1,4-6).
Com’è l’umanità perfetta, non segnata dal peccato originale? Com’è l’ideale di umanità, l’umanità come dovrebbe essere? Forse la prima risposta che ci viene in mente è Gesù. Infatti una costituzione del Concilio Vaticano II lo chiama per ben quattro volte “uomo perfetto” (Gaudium et Spes 22, 38, 41, 45) e dice di lui: «Chi segue Gesù Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui stesso più uomo» (GS 41). Ma parlare di “uomo” perfetto potrebbe far pensare che l’umanità perfetta sia soprattutto o esclusivamente maschile, anche se non era certamente questa l’intenzione del Concilio. L’umanità perfetta invece si è realizzata anche in Maria, in una donna. Allora, com’è la perfetta umanità femminile?
Negli ultimi decenni la riflessione teologica ha compreso che bisogna usare molta cautela nell’identificare caratteristiche specificamente maschili e femminili, perché rischiano di bloccare uomini e donne in ruoli che sono in realtà frutto di una cultura, non di un disegno divino. Forse è meglio dire che in Maria noi contempliamo un’umanità perfetta, senza difetti, senza “macchia”, che si è realizzata nella femminilità e nella concreta cultura del suo tempo.
Dire di questa umanità che è “senza macchia” fin dal suo concepimento, significa affermare che è sempre stata senza opposizione a Dio, senza chiusure nei suoi confronti, ma come potremmo descriverla in positivo?
Una disposizione di totale apertura a Dio si può descrivere anzitutto come fede-fiducia in Lui che si traduce immediatamente in obbedienza, disponibilità, servizio, anche in situazioni difficili o dolorose, e quindi anche in capacità di soffrire, in coraggio e forza davanti alle contrarietà.
Obbedienza e disponibilità oggi sono spesso comprese come limiti alla propria autorealizzazione e alla pienezza del proprio essere: molti pensano che la pienezza dello sviluppo umano consista nel vivere il maggior numero possibile di esperienze gratificanti e nello sperimentare il minor numero possibile di limiti e costrizioni. Invece l’accettazione e integrazione del limite è decisiva per il pieno sviluppo di una persona: accogliere e obbedire prima di tutto ai propri limiti creaturali e poi alla chiamata al servizio da parte di Dio è il fondamento di un’umanità completa.