In questa notte il racconto dell’evangelista Luca mette in evidenza la povertà della nascita di Gesù, coerentemente con tutto il suo Vangelo che sottolinea spesso questa condizione. Per Luca la povertà è la situazione normale dei discepoli di Gesù: beninteso la povertà, non la miseria.
Infatti, Maria, Giuseppe, i pastori… non soffrono la fame, non sono costretti a elemosinare per sopravvivere, così come non sono indigenti tutti i membri della prima comunità cristiana di Gerusalemme, descritta da Luca negli Atti degli Apostoli. Sono poveri che vivono del loro lavoro, molto modestamente; sono poveri che gli imprevisti della vita mettono subito in difficoltà perché non hanno riserve alle quali poter fare ricorso quando le cose si mettono male. La loro unica “ricchezza” è la condivisione, la solidarietà, come avviene ancora oggi nei paesi più poveri e tra gli strati di popolazione più disagiati. Tra poveri ci si aiuta.
Per la nostra mentalità invece è una vergogna dover chiedere aiuto al di fuori della propria famiglia, è un comportamento sospetto, forse poco corretto. Ci teniamo, e molto, a essere autosufficienti, indipendenti, disposti magari ad aiutare, ma non a essere aiutati.
Eppure, quelli che dicono di non dovere niente a nessuno mentono: per quanto uno lavori e si dia da fare, nessuno viene al mondo da solo e nessuno potrebbe sopravvivere da solo. Tutti siamo debitori, in misura minore o maggiore, di quel che siamo e di quel che abbiamo.
Entrando nel mondo, il Figlio di Dio ha voluto nascere in condizioni di precarietà per farci capire che siamo tutti precari: ci siamo accorti in questi ultimi due anni che è bastata una cosa microscopica, invisibile come un virus, a mettere in crisi l’economia mondiale, a ostacolare la vita sociale e soprattutto a separare le persone le une dalle altre. Il lockdown e la quarantena ci hanno aiutato a capire che la vera ricchezza, quella senza la quale non si può davvero vivere, è la relazione con gli altri. Una vita povera di relazioni autentiche è una vita povera e basta, nonostante tutte le ricchezze che si possono accumulare. Anzi: molto spesso le ricchezze di questo mondo rendono chiusi, sospettosi, pieni di relazioni interessate, non gratuite.
La povertà materiale è solo uno dei tanti aspetti della fragilità umana, quella fragilità che è stata assunta dal Figlio di Dio e della quale quindi non ci dobbiamo vergognare, perché è la verità della nostra condizione umana, ci spinge verso la relazione e ci insegna la gratitudine.
In questo tempo di pandemia tutti ci auguriamo che finisca presto per tornare alla vita di prima, ma se dovessimo tornare alle nostre solite chiusure avremmo vissuto tutte queste limitazioni e sofferenze per niente, avremmo perso l’occasione di imparare qualcosa di importante. La lezione che il Covid ha cercato di insegnarci, credo, è il disvelamento della nostra fragilità e precarietà da accogliere, anche se ci fanno paura. Le nostre abituali contromisure sono inutili e dannose: non ci salvano e anzi aumentano i nostri problemi. Solo la solidarietà e la condivisione ci possono aiutare davvero: aiutare materialmente chi è nel bisogno e aiutare chi aiuta a non perdere la propria umanità. Il Natale del Signore ci insegni ad accoglierci gli uni gli altri e ad accogliere anche le nostre fragilità senza paura.