Nella festa del Natale abbiamo celebrato la venuta nel tempo, nella nostra storia umana, del Figlio di Dio fatto uomo. Invece, in questa seconda domenica dopo Natale, le letture approfondiscono il mistero dell’incarnazione e ci parlano di cose avvenute o decise “prima della fondazione del mondo”, vale a dire nell’eternità, al di fuori della sfera empirica, delle cose verificabili. Potremmo dire che Dio ci concede oggi di gettare uno sguardo sul suo pensiero, sul suo progetto, e credo che dobbiamo essergli riconoscenti per questo, e molto rispettosi nel contemplare quel ci rivela.
Le letture di oggi ci dicono che Dio ha chiamato il mondo a esistere rivolgendogli la Parola, cioè facendone il suo interlocutore. Dio ha creato il mondo per mezzo della Sapienza, vale a dire che nella creazione c’è un ordine, c’è un senso che può essere compreso. Ovviamente, l’interlocutore di Dio non è l’universo fisico: non sono le stelle e i pianeti, non è il mare, non sono le rocce, le piante o gli animali. La Sapienza, il senso della creazione, può essere contemplato solo dagli esseri umani: è a noi che Dio rivolge la sua parola. Dio ci parla in Gesù, ma fin dall’inizio, fin dalla creazione del mondo, fin dal concepimento di ciascuno di noi Dio ci chiama a esistere come suoi interlocutori benedicendoci. Prima che tutto abbia inizio, prima ancora che noi esistiamo, Dio ci benedice, ci chiama a essere qualcosa di buono e di bello: suoi figli.
Questa sua parola è oggettiva: ci crea, ci fa come lui ci vuole. E tuttavia non fa di noi degli oggetti, ma dei veri interlocutori liberi: possiamo ascoltare questa parola che è la verità di noi stessi e di lui che vuole entrare in relazione con noi, o possiamo decidere di non ascoltarla. Possiamo accogliere la benedizione e diventare benedizione, o possiamo rifiutarla e diventare una parola insensata o addirittura cattiva, portatrice di male.
La nostra vita è una risposta alla parola che Dio ci rivolge fin dal principio: noi siamo la concretizzazione, positiva o negativa, della benedizione con la quale Dio ci chiama a esistere.
Rifiutando la nostra obbedienza alla parola che ci rivolge e ci crea, diventiamo un monologo senza senso, vuoto e confuso. Oggi sono in molti, soprattutto tra i giovani, a credere che si possa decidere tutto di sé, in completa autonomia: si può modificare il proprio corpo col bisturi, si può addirittura cambiare sesso, si può essere quello che si vuole, e se non si può, per esempio a causa di una malattia o di un handicap, allora si rivendica il diritto di togliersi la vita. Secondo questo modo di pensare, solo l’affermazione della propria volontà renderebbe la vita degna di essere vissuta. Ovviamente è un’illusione: anche se la scienza e la tecnologia hanno ampliato per alcuni esseri umani le possibilità di scelta, la nostra libertà è comunque limitata. Non abbiamo scelto noi di venire al mondo e nemmeno le circostanze che ci hanno plasmato: il patrimonio genetico, la famiglia e la cultura di appartenenza… La verità di noi stessi sta nella Parola che ci ha chiamato all’esistenza e nella risposta che le diamo. Anziché vedere nella chiamata di Dio un limite e un’imposizione, dovremmo comprendere la sua Parola per quel che vuol essere: lo spazio vitale del nostro essere più vero, della pienezza di noi stessi. Nella libera obbedienza alla sua chiamata è la verità di noi stessi, perché prima della creazione del mondo siamo stati “scelti … per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà” (Ef 1,4-5).
Nel Natale questa Parola rivolta al mondo e a ciascuno di noi si è fatta carne, si è concretizzata in Gesù. I suoi gesti e le sue parole sono il punto di arrivo della creazione, mostrano il progetto di Dio realizzato. La conformità o meno della nostra vita a quella di Gesù dice la qualità della nostra risposta alla parola benedicente che Dio pronuncia su ciascuno di noi. Le etichette non contano: si può affermare di essere suoi discepoli e contraddire la sua Parola, ma si può anche essere come quello scriba che non era suo discepolo e che tuttavia non era lontano dal regno di Dio (cf. Mc 12,34). “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12-13).
Anche noi, come San Paolo, ringraziamo Dio in tutte le nostre preghiere perché il Padre ci dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati e quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi (cf. Ef 1,16-18).