Anticamente si leggeva il brano del Vangelo sul battesimo di Gesù durante la festa dell’Epifania: questo è il motivo per cui questa festa conclude il tempo di Natale. Giovanni il battista proclama che Gesù è l’agnello (o il servo, in aramaico la parola è la stessa) di Dio; dal cielo la voce di Dio proclama che Gesù è il Figlio amato. Questa è l’identità di Gesù: Figlio amato e obbediente, servo sofferente e agnello innocente. Questa stessa identità è assunta da coloro che vengono battezzati con il battesimo cristiano.
Molti genitori chiedono il battesimo per i loro figli “perché non siano diversi dagli altri bambini”: è purtroppo una motivazione debole, alla base della quale c’è un equivoco perché, specialmente oggi, ricevere e vivere il battesimo significa essere persone molto diverse dagli altri, perché si assume l’identità di Cristo.
Gesù è il Figlio amato e obbediente nei confronti del Padre. Non è un figlio che rivendica la sua autonomia o che cerca di spodestare il Padre: accoglie il suo essere come dono e corrisponde all’amore ricevuto con la sua obbedienza. Accetta di essere e agire secondo la volontà del Padre.
Oggi la maggior parte delle persone crede che per realizzarsi ci si debba emancipare il più possibile da tutti i legami, affermare la propria autosufficienza, minimizzare il potere e l’autorità esterna su di sé. Ma essere figlio obbediente, per Gesù e per il cristiano, non significa rimanere bambino o essere meno libero: la volontà del Padre, che è il bene, è lo spazio in cui si dispiega la libertà dei figli. O si obbedisce al Padre o si obbedisce a qualcos’altro: la ribellione al Padre non ci rende liberi, ma schiavi della mentalità del “mondo”. Essere figli obbedienti, come Gesù, ci permette di relativizzare ogni altra autorità terrena e di decidere della nostra vita secondo il bene per corrispondere all’amore del Padre. Essere figli obbedienti ci rende davvero liberi.
Questa obbedienza si traduce concretamente nel servizio, e il servizio è spesso costoso. Gesù è infatti anche il servo sofferente del Signore, quella figura misteriosa delineata dal profeta Isaia in quattro poesie o “carmi”. Quando si battezza un bambino ovviamente nessuno gli augura di soffrire: gli si augura anzi di stare sempre bene e non soffrire mai. La verità però è un’altra: nella vita tutti incontrano la sofferenza e, come diceva Sant’Agostino nel Discorso sui pastori, «che razza di pastori sono quelli che, temendo di offendere gli uditori, non solo non li preparano alle tentazioni future, ma anzi promettono loro la felicità di questo mondo, felicità che Dio non promise neppure al mondo stesso! Egli predice che verranno sino alla fine sopra questo mondo dolori su dolori e tu vorresti che il cristiano ne sia esente? Proprio perché è cristiano soffrirà qualcosa di più in questo mondo!». Il discepolo di Gesù è colui che prende la sua croce e lo segue: essere cristiani significa fare le stesse scelte di Gesù e subire la stessa reazione da parte del “mondo”. Il cristiano non è un masochista, non cerca la sofferenza perché gli piace, ma per essere fedele al bene è disposto anche a soffrire come ha sofferto Gesù.
Infine, Gesù è l’agnello innocente che prende su di sé il peccato del mondo. Quando si battezza un bambino è facile vederne l’innocenza, ma l’innocenza del cristiano non è una dotazione iniziale che un po’ alla volta fatalmente si disperde, si “consuma”: è una conquista. Non siamo chiamati tanto a rimanere innocenti, quanto piuttosto a diventarlo. Diventiamo innocenti quanto più ci “tiriamo fuori” dalle logiche del mondo, quanto più diventiamo estranei al peccato (al singolare) del mondo che è la sfiducia in Dio, la ribellione a lui.
Torniamo così all’inizio: diventiamo innocenti se accettiamo di essere figli obbedienti; siamo figli obbedienti se pratichiamo il servizio assumendone anche il carico di fatica e sofferenza che esso comporta.
Nel battesimo di Gesù, Figlio amato e obbediente, servitore sofferente e agnello innocente noi troviamo la nostra vera identità di figli di Dio.