Quando ero direttore dell’ufficio catechistico diocesano, ormai un bel po’ di anni fa, un giorno ho incontrato un gruppo di catechiste e abbiamo provato a riflettere insieme su questa parabola del figliol prodigo o del padre misericordioso. Ho chiesto loro: “Come sarebbero andate le cose se invece del padre ci fosse stata una madre?”. Le catechiste, tutte donne, si sono divertite e hanno risposto con sincerità: “Intanto, avrebbe cercato in tutti i modi di convincerlo a non partire. Poi avrebbe cercato di sapere dov’era andato e magari avrebbe cercato di fargli arrivare qualcosa: degli abiti, qualcosa da mangiare…”.
Io penso che avessero ragione: anche se ogni persona, uomo o donna, ragiona e si comporta a modo suo, e anche se la parabola è una storia inventata, il racconto di Gesù non funzionerebbe così se il padre fosse invece una mamma.
Intanto il figlio minore non sentirebbe il bisogno di separarsi da lei: al massimo cercherebbe di allontanarsi dal fratello maggiore. La parabola comincia con la partenza del figlio perché nella casa c’è un altro maschio che comanda, il padre, e il figlio pensa che obbedire lo renda meno libero. Crede che la libertà consista nel fare tutto quello che vuole, ma quando finalmente potrà fare quel che vuole, finirà col servire i maiali.
Ammettiamo però che sia partito anche se a casa è rimasta una madre e non un padre: le catechiste dicevano che la mamma avrebbe cercato di sapere dov’era e magari gli avrebbe mandato qualcosa. Il padre della parabola invece non fa queste cose: forse perché vuole meno bene a suo figlio? È così arrabbiato che non vuole più saperne di lui? Il ragazzo la pensa così: infatti quando decide di tornare (perché ha fame, non perché è pentito) pensa alle parole da dire per placare la collera di suo padre.
Invece il padre desidera il ritorno di suo figlio perché gli vuole bene e quando torna lo accoglie come lo accoglierebbe una mamma, ma ha capito che quel ragazzo lo considerava una minaccia alla sua libertà e perciò lo doveva lasciare libero, libero anche di farsi del male.
In questa parabola io mi riconosco un po’ nel padre, non perché creda di essere Dio e nemmeno perché pensi di essere molto misericordioso, ma perché vedo che tanti adolescenti e giovani, quasi tutti, si sono allontanati dalla parrocchia. Di recente, uno che ha ricevuto la cresima pochi anni fa, mi ha perfino scritto per annotare nel libro dei battezzati la sua volontà di non appartenere più alla Chiesa cattolica…
Forse sentono come un peso le poche regole che abbiamo cercato di dare loro; sicuramente trovano emozioni più forti e più piacevoli in esperienze diverse dalla messa; probabilmente la religione non sembra loro necessaria per costruirsi un progetto di vita. In ogni caso se ne vanno e non so se e quando torneranno. So solo che è necessario lasciarli andare, perché devono capire da soli che Dio non è un ostacolo alla loro libertà, non è un padre-padrone che esige la loro sottomissione. Dio è anzi il fondamento della nostra libertà, colui che ci ha creati e ci mantiene liberi, costi quel che costi.
D’altra parte mi chiedo se come parrocchia non potremmo fare qualcosa di più e di diverso. Papa Francesco vorrebbe una Chiesa “in uscita”, che non si limiti ad aspettare, ma le persone che attualmente si impegnano fanno già il massimo. Magari, se non fossi su una sedia a rotelle potrei fare qualcosa di più, ma ora dove possiamo trovare le risorse per riaprire la comunicazione con questi ragazzi? A quale conversione mi chiama e ci chiama il Signore?
Temo di non saperlo, ma intanto possiamo tenere vivo in noi il desiderio di incontrare questi ragazzi e possiamo pregare per loro, come avrà pregato e desiderato il padre del figliol prodigo.