Nella Domenica delle Palme si legge il Vangelo della passione del Signore, ma prima dell’inizio della messa si legge il racconto dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme a cavallo di un asino, per adempiere la profezia di Zaccaria: «Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma».
Vorrei soffermarmi su questa caratteristica di Gesù, la mitezza, anche perché ho letto di recente l’Elogio della mitezza del filosofo Norberto Bobbio, un testo breve e giustamente celebre, anche se non sono d’accordo su tutto.
Che cos’è la mitezza? Per Bobbio è un modo di essere verso l’altro. Si può essere mansueti o umili anche da soli, ma si può essere miti solo in rapporto con qualcun altro: il mite è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé. Infatti, la mitezza consiste nel “lasciare essere l’altro quello che è”, anche se l’altro è l’arrogante, il protervo, il prepotente. Chi è mite non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere. È completamente al di fuori dello spirito della gara, della concorrenza, della rivalità, e quindi anche della vittoria. Nella lotta per la vita è infatti l’eterno sconfitto. L’immagine che egli ha del mondo e della storia, dell’unico mondo e dell’unica storia in cui vorrebbe vivere, è quella di un mondo e di una storia in cui non ci sono né vincitori né vinti, e non ci sono né vincitori né vinti perché non ci sono gare per il primato, né lotte per il potere, né competizioni per la ricchezza, e mancano insomma le condizioni stesse che consentano di dividere gli uomini in vincitori e vinti. Per questo Bobbio ritiene che la mitezza non sia una virtù politica (la definisce anzi “impolitica”) e arriva a capovolgere la beatitudine evangelica: “Guai ai miti: non sarà dato a loro il regno della terra”.
Infatti – egli argomenta – penso agli epiteti più comuni che la fama attribuisce ai potenti: magnanimo, grande, vittorioso, temerario, ardito e, sì, anche temibile e sanguinario. In questa galleria di potenti, avete mai visto il mite? […] Tuttavia la mitezza non è una forma di “tristitia”, perché anzi è una forma del suo opposto, la “laetitia” […] Il mite è ilare perché è intimamente convinto che il suo mondo è migliore di quello degli altri, e lo prefigura nella sua azione quotidiana, esercitando appunto la virtù della mitezza, anche se sa che questo mondo non esiste qui e ora, e forse non esisterà mai. […] Il mite può essere configurato come l’anticipatore di un mondo migliore.
Come ho detto, non sono d’accordo su tutto. Il libro dei Numeri (12,3) dice che «Mosè era molto più mite (o umile, o mansueto) di ogni uomo che è sulla terra», mentre Gesù stesso dice di sé: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime» (Mt 11,29). Perciò la mitezza non è solo la virtù propria «dell’uomo privato, dell’insignificante, dell’inappariscente, di colui che nella gerarchia sociale sta in basso, non detiene potere su alcuno, talora neppure su se stesso, di colui di cui nessuno si accorge, e non lascia alcuna traccia negli archivi in cui debbono essere conservate solo le memorie dei personaggi e dei fatti memorabili.
Chiamo “deboli” queste virtù non perché le consideri inferiori o meno utili e nobili, e quindi meno apprezzabili, ma perché caratterizzano quell’altra parte della società dove stanno gli umiliati e gli offesi, i poveri, i sudditi che non saranno mai sovrani, coloro che muoiono senza lasciare altro segno del loro passaggio su questa terra che una croce con nome e data in un cimitero, coloro di cui gli storici non si occupano perché non fanno storia, sono una storia diversa, con la s minuscola, la storia sommersa o meglio ancora la nonstoria».
No: anche gli spiriti magnanimi e i condottieri possono essere miti, benché molto spesso non lo siano. Anche i politici potrebbero essere miti, come mi sembra sia l’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Anche i Papi, come Benedetto XVI. Può essere mite e non contendere anche chi deve comandare.
Sono invece pienamente d’accordo che la persona mite anticipa nella sua persona un mondo migliore di questo, e già lo abita. “Beati i miti perché erediteranno la terra” dice Gesù ripetendo il versetto di un salmo (36,11): il mondo nuovo, il regno di Dio su cui regna Gesù mite e umile di cuore sarà abitato da persone non violente, ma non per questo molli o arrendevoli.
Nella sua passione Gesù mostrerà la sua forza d’animo proprio rifiutando di rispondere alla violenza e alle provocazioni. Come testimonierà San Pietro nella sua prima lettera: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia» (2,21-23).
Occorre molta forza e molto coraggio per essere miti in questo mondo, ma è l’unico modo per interrompere davvero la catena della violenza. Ci aiuti il Signore a contemplare in questi santi giorni la sua mitezza e la sua forza perché diventino anche nostre.