Penso che ci ricordiamo tutti del film di Roberto Benigni “La vita è bella”. C’è una scena indimenticabile in cui Benigni impara a fare il cameriere, o meglio impara l’arte di servire dal suo zio, ebreo come lui, interpretato dal grandissimo Giustino Durano. Lo zio gli dice: «Tu stai servendo, però non sei un servo. Servire è l’arte suprema: Dio è il primo servitore. Dio serve gli uomini, ma non è servo degli uomini».
Cosa vuol dire “servire, ma non essere un servo”? Il servo non può scegliere se servire oppure no: è costretto a farlo. Invece, servire senza essere un servo significa servire per libera scelta, servire senza essere costretti a farlo. Non so se la sapienza ebraica riconosca davvero Dio come “primo servitore”: non la conosco abbastanza per poterlo affermare, ma sono sicurissimo che in Gesù Dio si è inginocchiato davanti agli uomini per servirli.
In questa sera del giovedì santo Gesù si è inginocchiato davanti ai suoi discepoli per lavare loro i piedi. Non se lo aspettavano e hanno provato molto disagio: non sembrava onorevole che il Maestro e il Signore lavasse i loro piedi sporchi. Ma Gesù non era come gli scribi: «Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente» (Mt 23,5-7). Chi non ha una vera autorità ha bisogno di titoli, di vestiti speciali, di manifestazioni di ossequio. Invece Gesù ha mostrato che la vera grandezza non ha bisogno di tutto questo, anzi: «colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,26-28).
Servire, però, richiede alcune attenzioni.
Innanzitutto la relazione: ci sono persone che lavorano tantissimo per gli altri, che servono a tempo pieno, ma non hanno quasi il tempo di guardare negli occhi quelli che servono. Mi ricordo che quando ero in ospedale, specialmente quando ero intubato in terapia intensiva, c’erano persone che mi guardavano per capire se avevo bisogno di qualcosa, ma ce n’era anche una che lavorava “a testa bassa”, per così dire. Sicuramente faceva tutto quello che doveva fare, ma si sottraeva alla relazione. Oppure immaginiamo un genitore che lavori per dare alla sua famiglia tutto il necessario e anche il superfluo, ma non abbia mai un po’ di tempo per stare con i suoi cari.
Servire per amore richiede non solo il fare, ma anche lo sguardo, la parola, la relazione. Gesù guardava le persone, si accorgeva dei loro bisogni, parlava con loro. Così anche noi dobbiamo saper entrare in relazione con gli altri, per servirli.
Poi occorre il discernimento. Ci sono persone che non possono ricambiare il servizio, come i bambini piccoli, gli anziani invalidi e alcuni disabili, e ci sono altre persone che hanno la capacità, del tutto o in parte, di servire a loro volta o almeno di fare qualcosa. I primi, quelli che non possono ricambiare, è giusto servirli in tutto e per tutto, mentre invece gli altri non devono essere serviti sempre, altrimenti non impareranno a servire, non cresceranno. Gesù ha detto ai suoi discepoli: «Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,14-15). Anche nella moltiplicazione dei pani disse ai suoi discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16). Poteva dire: «Ci penso io, faccio tutto io», ma pur essendo onnipotente ha voluto farsi aiutare per educare i suoi discepoli a servire.
Infine, la reciprocità (che richiede umiltà): è importante servire, ma bisogna anche accettare di essere serviti. Al seguito di Gesù c’erano anche delle donne che con i loro beni assistevano lui e gli altri discepoli. Sarebbe stato più dignitoso arrangiarsi, fare a meno di questo aiuto così criticabile, allora più di oggi. Ma Gesù ha accettato anche di essere servito, pur essendo tutta la sua vita votata al servizio del prossimo. Il dono di noi stessi al quale siamo chiamati non deve farci assomigliare a limoni spremuti e poi buttati via. Dio ha rispetto della dignità dei suoi figli. Nella vita si dà e si riceve, e questo vale per tutti.
Perciò, nella lavanda dei piedi che oggi celebriamo, Gesù ci insegna il valore del servizio inscritto nella relazione, capace di educare e disponibile a sua volta a ricevere.