Tra poco compiremo un gesto di adorazione della croce. Nel Nuovo Testamento si afferma con sicurezza che la croce, la sofferenza di Cristo era necessaria, inevitabile. Tuttavia, quando si tratta di spiegare il motivo di questa necessità, le motivazioni si diversificano, o addirittura non vengono espresse. Anche lungo la storia del cristianesimo sono state proposte diverse spiegazioni della necessità della croce per la nostra salvezza, e il fatto che siano state diverse tra loro ci fa capire che non ce n’è una sola giusta, che siamo in grado di capire tutto.
Quando sono entrato in seminario e ho cominciato a studiare teologia ero proprio felice, perché finalmente potevo capire, potevo scoprire la ragionevolezza della mia fede. Ma più la mente si avvicina al cuore della fede, a Dio, più si comprende che ci sono misteri che superano la nostra ragione. La croce di Cristo è uno di questi misteri. Non è totalmente incomprensibile, ma non è nemmeno esauribile: per quanto si possano pronunciare molte affermazioni giuste, non riusciamo mai a dire la parola definitiva su di essa.
Gesù ha cominciato molto tempo prima di arrivare a Gerusalemme a dire che «il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare» (Mc 8,31). I discepoli non capivano queste parole, e anche se non avevano il coraggio di contestarle, come Pietro, se le lasciavano scorrere addosso, sperando che non volessero dire davvero quel che sembravano.
San Paolo aveva iniziato la sua predicazione ad Atene parlando di Dio creatore e appoggiandosi a citazioni colte di poeti pagani, anche perché per la religione greco-romana erano i poeti la fonte della rivelazione. Ma non aveva funzionato. Da quel momento in avanti decise «di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1Cor 2,2): Dio gli diede una profonda comprensione di questo mistero (cf. Ef 3,4), ma anche leggendo tutte le sue lettere non arriviamo mai all’ultima parola sulla croce di Gesù.
Perché la croce è dolore, e non soltanto dolore, ma dolore ingiusto, violenza, tradimento, tortura, sopraffazione… è come un concentrato di tutto il male del mondo. Per molti secoli all’inizio del cristianesimo non si è rappresentato il crocifisso, ma solo la croce gemmata, la croce gloriosa: era troppo scandaloso vedere la rappresentazione del supplizio di Gesù. Poi ci siamo abituati, un po’ alla volta, a vedere il crocifisso dappertutto, fino a non farci caso. Ma il venerdì santo lo contempliamo di nuovo pensando a tutti i tipi di dolore, fisico e spirituale, che si concentrano nella croce di Gesù. E anche se non capiamo tutti i motivi e il senso di questa sofferenza, comprendiamo che Gesù avrebbe potuto evitarla e invece l’ha accettata, liberamente e per amore. Per questo pieghiamo le ginocchia davanti al crocifisso e adoriamo.
Mentre adoriamo la croce del Signore pensiamo anche a tutti i dolori del mondo, specialmente al dolore innocente: i malati, i bambini, le vittime della guerra e della fame, della solitudine, della disperazione… La croce di Gesù non ci dice il perché di tutto questo male, ma ci dice almeno che Dio non è indifferente né lontano. Come si legge nella Lettera agli Ebrei: «Era ben giusto che colui, per il quale e del quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo che li ha guidati alla salvezza» (Eb 2,10).
Mentre adoriamo la croce del Signore preghiamo perché ogni dolore possa trovare un senso e una consolazione; perché ogni venerdì santo possa vedere un’alba di risurrezione.
Qualcuno ha detto: «L’assurdo attraversa l’esistenza – è impossibile negarlo – ma, a sua volta, l’amore può attraversare ciò che pare assurdo e ha il potere di trasformarlo in mistero. E il mistero è abitabile». Adoriamo allora la croce del Signore perché trasformi e illumini tutto il dolore assurdo di questo mondo con la sua forza misteriosa.