In questa celebrazione della Pasqua del Signore risorto vorrei riprendere un pensiero che ho scritto anche nel foglietto settimanale della parrocchia.
Parto proprio dall’annuncio pasquale: Gesù è risorto. “Risorto” non significa “tornato in vita”, cioè tornato alla vita di prima, bensì “entrato nella vita eterna”, nella pienezza della vita. Tornare in vita (come Lazzaro, per esempio) vorrebbe dire rianimarsi e riprendere a vivere come accade a tante persone dopo un incidente o una malattia. Si riprende la vita di prima con gli stessi limiti, gli stessi bisogni, gli stessi problemi. Forse l’esperienza di essere stato vicino alla morte rende qualcuno un po’ più saggio e gli fa cambiare qualcosa nel modo in cui vive il suo quotidiano, ma è raro che il modo di vivere cambi radicalmente.
Risorgere, invece, per Gesù ha significato il passaggio a una vita nuova, non più soggetta ai limiti e ai bisogni di prima: il suo corpo poteva entrare nel cenacolo anche se le porte erano sbarrate; poteva mangiare con i suoi amici per rassicurarli, ma poteva anche farne a meno; conservava i segni della passione, ma non gli facevano male… Il suo corpo non era più un corpo terrestre, soggetto alle leggi e ai limiti della natura, ma era diventato un corpo spirituale, cioè obbediente al volere del suo spirito, pura capacità di relazione e di comunione.
Per Gesù risorgere non è stato “tornare alla vita di prima”, ma “passare alla vita nuova”.
Per quanto riguarda noi, dopo due anni di pandemia e cinquanta giorni di guerra c’è in tante persone il desiderio di tornare il prima possibile alla vita di prima: togliersi le mascherine, potersi di nuovo abbracciare, poter di nuovo andare a scuola o al lavoro senza troppe preoccupazioni. È un desiderio più che legittimo.
Tuttavia mi sono accorto di una cosa: quando nei mezzi di comunicazione si parla di tornare alla vita di prima si parla soprattutto di riaprire i ristoranti, le discoteche, i cinema, i teatri e le palestre.
Si parla di riempire gli stadi e le spiagge, i concerti, le piste da sci e le strade della movida. Si parla di tornare a sorseggiare aperitivi nelle piazze, di riempire gli alberghi delle località turistiche e delle città d’arte, senza trascurare i centri estetici e i centri commerciali. Si direbbe che l’industria più importante nel nostro paese, quella che ha sofferto di più, è l’industria del tempo libero, del divertimento. Da una parte questo è bello: non si vive solo per lavorare a testa bassa ed è giusto poter gustare le cose belle della vita. Ma siamo proprio sicuri che dobbiamo tornare senz’altro alla vita di prima, esattamente come era? Davvero non c’è niente da cambiare?
Non dimentichiamo quel che disse Papa Francesco sotto la pioggia in quella sera del marzo 2020: «La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità. […] siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. […] Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita».
La Pasqua di resurrezione del Signore ci dice che non siamo chiamati semplicemente a tornare alla vita di prima, ma che siamo chiamati a risorgere a vita nuova facendo tesoro delle lezioni che abbiamo ricevuto, imparando a consumare meno e meglio, rispettando di più il creato, praticando la solidarietà, ricercando la giustizia senza la quale la pace è impossibile, impiegando il nostro tempo nelle cose che contano davvero…
Risorgere o tornare alla vita di prima? Possiamo scegliere.