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Ogni anno, nella quarta domenica di Pasqua si medita sul capitolo 10 del Vangelo secondo Giovanni, che parla di Gesù buon pastore. Il brano di quest’anno è di soli quattro versetti ed è la conclusione del discorso in cui Gesù dice: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”.
Forse ci aspetteremmo una frase un po’ diversa: ci aspetteremmo che Gesù dicesse “le mie pecore ascoltano le mie parole”. Sono le parole che veicolano i messaggi, i contenuti; la voce invece trasmette le emozioni, gli stati d’animo e magari anche altre cose, come lo stato di salute e il livello di energia di chi parla. Per esempio, mia mamma e i miei amici, quelli che sono più in confidenza, dopo la messa mi danno a volte il loro feedback sull’omelia, ma non sui contenuti: mi dicono frasi come “Oggi avevi una bella voce squillante”, oppure “Sei un po’ stanco? Hai dormito male?”. Inoltre le parole si possono scrivere e tramandare, ma la voce, a quei tempi, non si poteva registrare e trasmettere come facciamo oggi: la voce si poteva solo ascoltare direttamente. Cosa vuol dire allora ascoltare la voce di Gesù buon pastore?
Certo, Gesù ha detto “Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia”, mentre “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia” (Mt 7,26.24), ma Giovanni è “il discepolo che Gesù amava”, l’evangelista che più ci ha raccontato l’amore di Gesù per i suoi discepoli. E l’amore si traduce un po’ alla volta in confidenza reciproca, in frequentazione assidua, in affinità di gusti e di pensieri.
Non sappiamo se la voce di Gesù fosse acuta o grave, ma sappiamo che vibrava di sdegno di fronte all’ingiustizia, accarezzava le persone ferite nel corpo o nello spirito, trasmetteva forza e fermezza davanti alle difficoltà e alle persecuzioni, esultava di gioia nello scoprire che gli umili e i piccoli accoglievano il Vangelo, si incrinava per il pianto di fronte al dolore degli uomini o al rifiuto della salvezza.
Quando Gesù dice che le sue pecore ascoltano la sua voce, vuol dire che i suoi discepoli in qualche modo percepiscono e rivivono in se stessi i suoi sentimenti e i suoi desideri che sono gli stessi sentimenti e desideri di Dio, perché “Io e il Padre siamo una cosa sola”.
Certamente il Vangelo non è fatto solo di sentimenti e meno che mai di sentimentalismo, ma se ci limitassimo ad ascoltare e applicare l’insegnamento di Gesù come un codice di condotta, una legge morale, ricadremmo nel fariseismo. In realtà, però, è impossibile vivere la morale evangelica senza la passione, i sentimenti e i desideri di Gesù. Lo sappiamo tutti per esperienza: fin da piccoli abbiamo imparato ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, abbiamo sentito e risentito le parole di Gesù, ma poi non siamo stati capaci di metterle in pratica fino in fondo.
Perché se non percepiamo la “voce” del buon pastore, cioè il suo cuore, il suo amore, ogni altra motivazione è insufficiente, Dio diventa un giudice inflessibile, i nostri peccati un disastro irreparabile e la nostra rettitudine contemporaneamente una menzogna e un piedistallo dal quale giudicare il nostro prossimo.
Vorrei anche osservare che Gesù non esorta i suoi discepoli ad ascoltare, ma riconosce come un fatto che le sue pecore ascoltano la sua voce. Questo è motivo di grande gioia: se ascoltiamo volentieri il Vangelo, se ci sentiamo attratti dal bene e ci indigna il male, se sentiamo il desiderio di pregare o non ci sentiamo soddisfatti dal nostro modo di pregare, se perdoniamo o almeno vorremmo essere capaci di perdonare… è perché la voce del buon pastore interiormente ci attira a sé e ci dice “Vieni al Padre”. Se proprio non giriamo le spalle al Signore, è di noi che dice “Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre”. Lo cantiamo sempre con la canzone Symbolum: “Niente nella vita ci separerà: so che la tua mano forte non mi lascerà; so che da ogni male tu mi libererai e nel tuo perdono vivrò”.