«Quella che il bruco chiama “fine del mondo”, il resto del mondo la chiama “farfalla”» (Lao Tsu).
Anche nel Vangelo di oggi c’è una frase simile, forse lievemente meno poetica, ma altrettanto potente: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,24-25).
Provocato da un fatto all’apparenza quasi irrilevante, cioè la richiesta di un gruppo di stranieri greci di vederlo, Gesù afferma che è arrivata la sua “ora”, il momento di donare la sua vita: non solo quegli stranieri, ma tutti lo vedranno e tutti saranno attratti da lui quando sarà “innalzato da terra”. Gesù si esprime secondo le idee del suo tempo, quando si credeva che il seme dovesse morire e risuscitare per diventare albero. Noi oggi sappiamo che in realtà il seme non muore, ma cambia, si sviluppa. In fondo però è quasi lo stesso: il seme smette di essere seme, finisce la sua esistenza di seme per diventare qualcos’altro. Il cambiamento è così radicale che lo si può paragonare a una morte seguita da una risurrezione. Se il seme e il bruco potessero pensare, forse sarebbero terrorizzati dai cambiamenti che avvertono in se stessi, ma per loro fortuna non sono consapevoli. Noi invece lo siamo e proviamo paura non solo quando si avvicina la morte, ma anche davanti ad ogni cambiamento importante, specialmente se non lo abbiamo scelto noi.
In genere vorremmo tenerci stretto quel che siamo e quel che abbiamo, perché è il nostro modo di essere, è la nostra vita. Ma la vita non si può trattenere: il tempo passa inesorabilmente e noi possiamo solo scegliere come spenderlo, adattandoci alle circostanze che incontriamo. Possiamo cercare di sfruttarlo il più possibile per noi stessi, oppure spenderci nella dedizione, come Gesù.
Fare dono della propria vita è difficile, non solo perché richiede dei sacrifici, ma anche perché le cose non vanno sempre secondo nostri progetti, nemmeno quelli più generosi. La vita riserva sorprese, non sempre piacevoli; ci sono imprevisti, sentieri interrotti. Chi avrebbe mai pensato a quello che è successo con il Covid? Qualche scienziato lo aveva ipotizzato, Bill Gates lo aveva ripetuto in una conferenza che poi è diventata famosa, ma sul momento chi ci ha fatto caso? Le cose andavano avanti come sempre, poi la pandemia è arrivata e tutto è cambiato. Qualcuno sta diffondendo previsioni sulla fine del mondo e forse in un certo senso ha ragione: il mondo sta cambiando e certe cose finiranno per lasciare il posto a qualcos’altro. I cambiamenti fanno paura anche perché non avvengono senza traumi: il parto avviene nel dolore e anche il passaggio alla vita eterna è pauroso e doloroso. Ma Gesù ci ha insegnato col suo esempio a non temere il cambiamento, a non restare aggrappati alla vita o a un certo modo di vivere. Ci ha insegnato ad accogliere nella fede i cambiamenti, anche quelli difficili, improvvisi, traumatici. Il Signore è sempre presente, anche quando le cose, dal nostro punto di vista, cambiano in peggio, perciò è sempre possibile rivolgerci a lui e lasciarci condurre verso qualcosa di nuovo, qualcosa che solo lui conosce e che noi scopriamo un po’ alla volta e magari con fatica.
Il modo in cui Gesù esprime questo distacco dalla nostra volontà e dai nostri progetti (amare/odiare) è tipico della sua cultura e del suo tempo e non va preso alla lettera: si può tradurre come “essere attaccato alla propria vita” e “distaccarsi da essa”. Proprio mentre sta per affrontare la sua morte, Gesù ci dice: «Chi cerca di trattenere per sé la propria vita, presto o tardi la perde, mentre chi se ne distacca e la dona, la trova in pienezza».
Ci conceda il Signore questa libertà interiore e questa docilità a lasciarci condurre da lui dove e come egli vuole.