Anche quest’anno, a causa della pandemia, non sarà possibile celebrare la lavanda dei piedi nella messa in Coena Domini. Per non ripetere le cose che ho scritto l’anno scorso, scelgo allora di concentrarmi sull’altro gesto di Gesù che riviviamo nella celebrazione eucaristica, ovvero le parole sul pane spezzato e sul calice.
La seconda lettura, tratta dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi, le riporta così: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me»; «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».
Ci accorgiamo subito che queste parole non sono esattamente uguali a quelle che il sacerdote pronuncia nella messa, e nemmeno a quelle degli evangelisti Matteo, Marco e Luca che ci hanno tramandato questo gesto del Signore Gesù. Ognuno ha raccontato l’ultima cena in modo lievemente diverso dagli altri, anche se tutti concordano sugli aspetti principali, e la Chiesa a sua volta ha fatto una sintesi che non è identica a nessuno dei quattro racconti del Nuovo Testamento. In modo speciale ci sono due particolari che devono essere spiegati bene.
Il primo è stato evidenziato da Papa Benedetto XVI (e da molti altri) che nel 2012 ha scritto una lettera al presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, auspicando che la nuova traduzione del messale tedesco ritornasse a dire nelle parole della consacrazione sul calice: «versato per voi e per molti», anziché: «per tutti». In certi ambienti conservatori si sostiene che Gesù abbia detto «per molti» perché la sua opera di salvezza non raggiungerebbe tutti gli uomini, ma solo una parte di essi. Papa Benedetto ha escluso questa interpretazione: «Il fatto che Gesù Cristo, in quanto Figlio di Dio fatto uomo, sia l’uomo per tutti gli uomini, sia il nuovo Adamo, fa parte delle certezze fondamentali della nostra fede. Su questo punto vorrei solamente ricordare tre testi della Scrittura: Dio ha consegnato suo Figlio “per tutti”, afferma Paolo nella Lettera ai Romani (Rm 8,32). “Uno è morto per tutti”, dice nella Seconda Lettera ai Corinzi, parlando della morte di Gesù (2 Cor 5,14). Gesù “ha dato se stesso in riscatto per tutti”, è scritto nella Prima Lettera a Timoteo (1 Tm 2,6)». Ma allora noi ci chiediamo: perché Gesù ha detto “per molti”?». La ragione consiste nel fatto che Gesù ha voluto riprendere fedelmente le parole di Isaia 53 identificandosi con il Servo di Dio sofferente atteso da Israele.
Benedetto XVI avrebbe desiderato una maggiore fedeltà alla lettera del Nuovo Testamento, accompagnata da una opportuna catechesi per far capire che il «per molti» non comporta l’esclusione di qualcuno, ma semmai responsabilizza coloro che bevono al calice di Cristo perché l’annuncio della salvezza raggiunga tutti gli uomini. Ci si chiedeva perciò se la nuova traduzione del messale italiano, pubblicato pochi mesi fa, avrebbe recepito questo desiderio di Papa Benedetto. Come sapete, ci sono state diverse modifiche, perfino nel Padre Nostro, ma non nelle parole della consacrazione, probabilmente perché tornare al «per molti» sarebbe stato capito male, come esclusione di qualcuno dall’offerta della salvezza. Invece Gesù ha donato se stesso per tutti, e nessuno deve sentirsi escluso dall’offerta della salvezza. Inoltre, vorrei aggiungere anche un altro motivo (ed è il secondo particolare che voglio cercare di spiegare): se si fosse scelto di avvicinarsi maggiormente alla lettera del Nuovo Testamento, allora si sarebbe logicamente dovuto modificare anche le parole della consacrazione del pane eucaristico. Nella Messa, infatti, il sacerdote dice: «Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi», ma nessuno dei racconti dell’ultima cena usa la parola ‘sacrificio’. Questa idea è senz’altro presente in molti testi del Nuovo Testamento, specialmente (ma non solo) nella Lettera agli Ebrei, ma con un significato ben diverso da quello che spesso gli viene attribuito.
Nell’antichità si uccideva un animale (in certe religioni addirittura un essere umano) e lo si offriva alla divinità per propiziarsi i suoi favori o per chiederle perdono: in un certo senso si scaricava la propria colpa su un innocente, uomo o animale, per placare la giusta collera della divinità offesa. La morte di Gesù presenta alcune somiglianze con i sacrifici antichi: anch’egli viene ucciso innocente a vantaggio di altri, di noi, ma questo non significa che Dio avesse bisogno del sangue di un innocente per essere placato. Infatti il “sacrificio” di Gesù pone fine a tutti gli altri sacrifici e ne manifesta l’inutilità. Più volte nella sua predicazione Gesù ha citato un versetto del profeta Osea: «Misericordia io voglio, e non sacrificio» (Mt 9,13 e 12,8). Sulla linea di tutti i profeti che lo hanno preceduto, Gesù si mostra fortemente critico nei confronti del culto e dei sacrifici, perché devono esprimere e non sostituire la dedizione a Dio e alla sua volontà.
Tuttavia, proprio l’evangelista Giovanni che non racconta l’istituzione dell’eucaristia, ci tramanda che durante l’ultima cena Gesù pregò il Padre dicendo: «Per loro “consacro” (o “sacrifico” o “santifico”) me stesso perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17,19). Il verbo si può tradurre in tre modi, ma l’idea che vuole trasmettere è abbastanza chiara: Gesù offre se stesso, la sua vita, a vantaggio dei suoi discepoli (e di tutti coloro che diventeranno tali). Perciò la Chiesa usa le parole «offerto in sacrificio per voi» anche se Gesù non le ha usate e anche se potrebbero trasmettere (se non fossero ben comprese) un’idea con la quale Gesù non sarebbe d’accordo.
Gesù ci ha chiesto di ripetere il suo gesto e le sue parole “in memoria di me”, ma questo non significa che dobbiamo necessariamente riprendere le sue espressioni alla lettera, anche perché sono state tramandate in quattro versioni diverse. Quel che dobbiamo fare è comprendere il senso del suo gesto e riviverlo secondo le intenzioni che lui ha voluto attribuirgli e che noi possiamo comprendere meditando e celebrando le parole e i gesti dell’ultima cena, come facciamo nel Giovedì santo e in tutte le messe alle quali partecipiamo.