Quello che abbiamo letto è il racconto della passione di Gesù. ‘Passione’ viene dal verbo patire che certamente significa soffrire, ma prima ancora significa subire: dal verbo patire deriva infatti anche l’aggettivo “passivo”. La passione di Gesù è senz’altro il racconto di ciò che ha sofferto, ma soprattutto di ciò che ha subito.
Istintivamente, noi valutiamo di più, consideriamo migliore una persona attiva piuttosto che una passiva: le azioni di una persona derivano dalle sue scelte e ci dicono chi è, cosa le sta a cuore. Una persona passiva, invece, la consideriamo facilmente come una persona senza nerbo, senza carattere. Nella sua vita, Gesù ha predicato affrontando anche opposizioni molto dure, ha scelto di avvicinarsi a persone emarginate ed escluse subendo per questo pesanti conseguenze, ha guarito malati e indemoniati suscitando ammirazione ma anche odio e diffidenza: è stato un uomo molto attivo e le sue azioni ci interpellano ancora oggi.
L’opera più importante della sua vita, però, l’ha compiuta diventando totalmente passivo. La nostra redenzione dal peccato e dalla morte l’ha compiuta consegnandosi nelle mani dei suoi nemici e lasciando che facessero di lui quel che volevano. Perché amare significa certamente anche fare qualcosa per gli altri, magari anche fare molto e a caro prezzo, ma prima o poi viene il momento in cui l’amore richiede di consegnarsi e lasciar fare. Questa passività è difficile, ci costa molto, perché essere attivi gratifica il nostro desiderio di rimanere al timone della nostra vita, il senso di essere padroni delle nostre scelte e del nostro destino; essere passivi ci espone al rischio che altri facciano per noi scelte che non ci piacciono o addirittura che ci feriscono.
Penso alle tante persone anziane nelle nostre case e nelle residenze protette: progressivamente perdono la loro autonomia e possono accettare con gentilezza di essere gestite da altre persone (parenti e badanti) oppure inasprirsi e inacidirsi nel tentativo di sembrare ancora indipendenti. Per loro accettare di diventare passive è un atto di amore molto costoso, ma certamente anche per Gesù è stato difficile trattenere la sua forza e lasciare che si compisse la volontà del Padre attraverso la volontà malvagia di uomini corrotti.
Quello che è accaduto a Gesù non riguarda solo lui, infatti più tardi dirà a Pietro: «In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18).
Pietro deve avere molto meditato su questa parola di Gesù e sull’esempio che il suo maestro gli ha dato nella sua passione, tanto che scrisse nella sua prima lettera: «se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: […] oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,20-21.23).
Spontaneamente ci si può chiedere come si può arrivare a tanto e allora ci può venire incontro un terzo significato della parola ‘passione’, cioè sentimento intenso e travolgente, desiderio, amore infuocato. Gesù ha accettato di patire per noi perché in lui c’era questa passione, questo amore esagerato che lo portava a voler donare tutto se stesso al Padre e ai suoi fratelli. La spiritualità cristiana ha sempre riconosciuto nella sua parola sulla croce «Ho sete» non solo un ovvio dato fisiologico, ma l’espressione di un sentimento, di un desiderio che ha bruciato in tutta la sua vita. Gesù ha amato con un amore appassionato, per questo ha accettato di consegnarsi per subire e soffrire.
Nella passione di Gesù noi non contempliamo solo le sue sofferenze, ma anche la sua passività, cioè il suo consegnarsi nelle mani degli uomini, il suo donarsi lasciando che gli altri decidano di lui. E in questa passività possiamo intravedere la sua passione per l’umanità ferita dal peccato, per coloro che lo hanno ucciso ma che lui riconosceva come suoi fratelli.