La prima lettura che abbiamo ascoltato, dagli Atti degli apostoli, ci presenta il cosiddetto kerigma, parola greca che vuol dire “annuncio” e che sta a indicare una specie di sintesi del Vangelo, che ritorna più volte con parole più o meno simili in tutto il Nuovo Testamento. Sono pochissime frasi che condensano, più ancora del Credo, l’essenziale della nostra fede. Il centro di questo annuncio è ovviamente la risurrezione di Gesù, la Pasqua, la vittoria sulla morte, ma non da sola, perché è preceduta da un accenno alla vita pubblica di Gesù, cominciando dal battesimo di Giovanni.
La vita di Gesù (parole e opere) e la sua morte e risurrezione non vanno mai separate. Senza la sua risurrezione Gesù è “solo” un grande maestro del passato, come Socrate, Buddha o Confucio: indubbiamente grande, ma tristemente fallito. Si può decidere di ispirarsi ai suoi insegnamenti, ma senza farsi illusioni: il mondo perseguiterà i suoi discepoli come ha perseguitato lui e alla fine sarà ancora il mondo a vincere, se Gesù non è risuscitato.
Ma anche annunciare la morte e risurrezione di Gesù senza far riferimento alla sua vita precedente, rende indecifrabile il mistero pasquale. Può sembrare che San Paolo faccia così nelle sue lettere, ma in realtà dà per acquisito quel che sicuramente ha insegnato ben prima di scrivere le lettere, perché la morte e risurrezione di Gesù, senza la sua vita e il suo insegnamento, sono incomprensibili. Proviamo a pensare, per assurdo, a cosa sarebbe successo se Dio avesse voluto darci il pegno della nostra immortalità risuscitando un qualunque mortale, un uomo o una donna né migliore né peggiore di tanti altri: sapere che non tutto finisce con la morte sarebbe stata una bella notizia, che avrebbe certamente cambiato il nostro modo di pensare la morte e quindi anche la vita, ma fino a un certo punto. Invece, colui che è stato risuscitato è Gesù, Dio che ha vissuto umanamente, uomo che ha vissuto divinamente: ci ha mostrato com’è una vita vissuta da figli di Dio e quindi ci ha fatto capire che la vita eterna non è la prosecuzione della nostra vita piena di egoismi, ma la pienezza di una vita fraterna. È stato risuscitato colui che «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo», non come premio perché era stato buono, ma come pienezza di una vita che non poteva finire con la morte perché non aveva niente che appartenesse alla morte.
Infatti, il kerigma, l’annuncio, prosegue oltre la risurrezione di Gesù, affermando che «egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome». Esiste quindi un giudizio di valore sulla nostra vita: esistono il bene e il male e soprattutto esiste il perdono per il male compiuto e più ancora esiste colui che ci può donare questo perdono. Perciò la vita eterna che ci viene promessa è la vita di Gesù, libera dal male, dal peccato, dall’egoismo, totalmente donata a Dio e al prossimo.
L’annuncio della Pasqua è l’annuncio della risurrezione di quel Gesù che ha vissuto la vita come dovremmo viverla noi e dal quale possiamo ricevere il perdono per non aver vissuto come lui e contemporaneamente l’inizio di una vita nuova, simile alla sua.
In questo tempo particolarmente vogliamo sperare che si apra una vita nuova dopo la pandemia, che non sia semplicemente il tornare a frequentare i locali dove si beve, si balla e si sballa, ma un tempo in cui si è capito l’importanza delle relazioni, della solidarietà, dell’amore vicendevole. E credo che nei prossimi mesi, o forse anni, ci sarà bisogno di molta solidarietà.
Allora il kerigma, l’annuncio del Vangelo, sarà buona notizia per tutti.