Nella prima lettura e nel Vangelo di oggi ritorna un’idea: il Cristo doveva soffrire, bisognava che soffrisse. Insieme all’annuncio della risurrezione, del superamento della morte, si proclama anche la necessità della croce, della sofferenza di Gesù. In verità, Gesù lo aveva detto più volte prima della sua passione, mentre saliva a Gerusalemme, ma non era stato capito e anzi i discepoli avevano paura di chiedergli spiegazioni quando lui parlava di queste cose. Dopo la sua risurrezione, però, gli apostoli proclamano apertamente che le cose dovevano andare così, che il Cristo doveva soffrire.
Questo è un primo aspetto importante: la necessità della sofferenza di Gesù si può leggere solo alla luce della risurrezione. Se Gesù non fosse risuscitato la sua sofferenza sarebbe stata solo un’ulteriore atrocità che si sarebbe aggiunta a tutto il dolore senza senso nel mondo. È la luce della risurrezione che permette di poter dire che anche la sofferenza faceva parte di un disegno di Dio già contenuto nelle antiche Scritture.
Questo è un secondo punto da evidenziare: in realtà, anche se il Risorto dice “così sta scritto”, quella frase che lui cita non si trova nelle Scritture, non c’è proprio. “Il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” non è una frase del Primo Testamento. È stato Gesù a comprendere in questo modo le Scritture, mettendo insieme frasi diverse prese da libri diversi dei profeti, dei Salmi e del Pentateuco. A loro volta i suoi discepoli hanno accolto questa lettura grazie alla quale hanno potuto capire che la sua sofferenza non è stata un “incidente” o una “nota stonata” sfuggita per un attimo al controllo di Dio.
Tutto questo però ancora non ci dice perché Gesù ha dovuto soffrire, chi o che cosa gli abbia imposto tutto questo dolore, e soprattutto se questo coinvolga anche noi, se anche noi dobbiamo proprio soffrire e perché.
La risposta non è una sola: nelle Lettere del Nuovo Testamento, di San Paolo e degli altri apostoli, troviamo risposte diverse, non in contraddizione tra loro ma nemmeno sovrapponibili. La sofferenza del Messia, del Cristo, è stata spiegata in modi diversi, e nei secoli seguenti, fino a oggi, si sono proposte altre spiegazioni, alcune delle quali magari non ci sembrano più plausibili. È questo il mistero: non qualcosa di totalmente incomprensibile, ma qualcosa di così grande che non si esaurisce con un’unica spiegazione.
Nel mio piccolo, vedo che anch’io nelle varie stagioni della mia vita ho assunto atteggiamenti diversi nei confronti del dolore. Ci sono stati momenti in cui ho cercato di capire la causa delle mie sofferenze per eliminarle, ma poi c’è stato il momento in cui ho capito che “per di qua bisogna passare”, come mi è stato detto quando ero in ospedale. “Bisogna passare per di qua”: anche se non ne capisci il motivo bisogna passare per di qua, ma si tratta per l’appunto di un passaggio, una Pasqua. Per certe persone il venerdì di passione dura anni, per qualcuno tutta la vita, ma prima o poi tutto finisce, e finisce anche il dolore. Questo dolore, soprattutto il dolore innocente, resterà sempre un mistero, anzi un assurdo, ma verrà il giorno in cui capiremo che nonostante tutto la nostra storia non è sfuggita dalle mani di Dio. Prima di quel giorno possiamo
guardare a Gesù crocifisso e risorto, contemplando in lui un Dio che non ha guardato solo dal di fuori la nostra sofferenza, ma l’ha condivisa facendosi uomo, come noi.
C’è chi dice che Gesù doveva soffrire perché un uomo giusto in un mondo ingiusto non può non essere perseguitato: è verissimo, ma non è sufficiente.
Se il Cristo non avesse sofferto, noi soffriremmo senza di lui, da soli; crederemmo in un Dio giudice dei nostri peccati; vivremmo nella paura di lui; sapremmo distinguere il bene e il male ma non avremmo la forza di comportarci di conseguenza e la paura della morte continuerebbe a tenere prigioniera la nostra vita.
Invece Gesù doveva soffrire anche per non lasciarci soli nei nostri dolori, per testimoniare l’amore senza riserve di Dio verso i peccatori, per dare compimento alla fiducia e obbedienza nei confronti del Padre, per cambiare la nostra immagine di Dio, per farci ripudiare il peccato e per farci credere nel nostro destino finale.