Ogni anno, nella quarta domenica di Pasqua, si legge un brano del capitolo 10 del Vangelo secondo Giovanni, il capitolo che parla di Gesù buon pastore. L’anno scorso abbiamo letto l’inizio del capitolo, in cui si parlava anche della porta dell’ovile, quest’anno leggiamo la seconda parte (vv. 11-18) in cui si parla solo del buon pastore in contrapposizione al “mercenario”, nel senso di lavoratore prezzolato.
Buon pastore e mercenario svolgono lo stesso lavoro, ma la differenza tra i due si evidenzia quando viene il lupo, il pericolo: il mercenario fugge, mentre il buon pastore rimane con le sue pecore e offre la vita per loro.
Questa immagine ci permette di capire qualcosa dell’atteggiamento di Gesù di fronte alla sua passione. Anche gli evangelisti Marco e Matteo ricordano che Gesù nell’ultima cena ha citato una frase del profeta Zaccaria che si avvicina molto a questo discorso: «Gesù disse loro: Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse» (Mc 14,27 cf. Mt 26,31, Zc 13,7).
Gesù ha visto venire il lupo, si è accorto del pericolo imminente e ha avvertito dentro di sé l’istinto umano di sopravvivenza che lo spingeva a fuggire per sottrarsi alla morte. Che cosa lo ha trattenuto dal fuggire? Che cosa gli ha fatto affrontare la morte, quella morte?
È stato l’amore per le sue pecore, per i suoi amici. I vangeli raccontano che l’amore di Gesù per la gente spesso lo muoveva a compassione «perché erano come pecore senza pastore» (Mc 6,34, cf. Mt 9,36) e nell’ultima cena pregò dicendo: «Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi» (Gv 17,11-12). Durante tutta la sua vita Gesù si è preso cura dei suoi discepoli cercando di unirli a sé per far conoscere loro l’amore del Padre e far nascere in loro lo stesso amore.
Che lo sappiamo o no, il nostro vero bene è questo: essere uniti a Dio e in Dio nel suo amore. Ma siamo dispersi: corriamo di qua e di là affannandoci come pecore senza pastore. E alla fine ci incamminiamo verso la morte come fine di tutto: l’umanità si vede come un gregge condotto al macello. Gesù allora sceglie di entrare anche lui nella morte per accompagnare i suoi e anche tutte le altre pecore che non sono del suo ovile. Nel buio della morte i figli di Dio non saranno soli perché sentiranno la voce di Gesù: «In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno» (Gv 5,25). Come dice un salmo: «questo è Dio, il nostro Dio in eterno e per sempre; egli è colui che ci guida oltre la morte» (Sal 48,15 versione ebraica). E ancora ci rivolgiamo a Dio chiamandolo nostro pastore nel salmo 23, dicendogli: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza». La valle oscura può essere una prova, una tentazione, un periodo difficile, ma la valle più oscura di tutte è certamente la morte: in essa Gesù è entrato per essere nostro pastore, per non lasciarci soli.
Quel passaggio che tutti temiamo è in realtà il momento in cui ci uniamo a Dio e vengono compiute tutte le nostre più profonde aspirazioni, anche quelle che non sappiamo di avere e che perciò non abbiamo mai espresso consapevolmente.
Gesù ha dato la sua vita e poi l’ha ripresa di nuovo (cf. vv. 17-18) per guidarci alla vita, alla vera vita che è la pienezza dell’amore di Dio. La sua voce ci accompagna nella vita e ci accompagnerà anche dopo, passando per la valle oscura, per guidarci alla pienezza dell’amore di Dio.