Il brano di oggi è tratto dai discorsi di Gesù nell’ultima cena, che nel Vangelo secondo Giovanni vanno dal cap. 13 al cap. 17. Questo brano è tratto dal cap. 15, perciò è il centro, il cuore di quei discorsi.
Gesù inizia dicendo di sé: “Io sono la vite, quella vera”. Si riferisce a tutti quei brani, e sono molti, del primo testamento, soprattutto dei profeti e dei salmi, in cui il popolo di Israele è paragonato a una vigna per la quale Dio si è molto prodigato, ma che ha prodotto solo uva selvatica, cioè azioni ben diverse da quelle che si aspettava. Dal suo popolo Dio si aspettava giustizia e misericordia, ma invece non ha raccolto niente di tutto questo, per questo ha permesso che la sua vigna fosse devastata, cioè sconfitta e invasa da popoli stranieri.
Gesù è la vite, quella vera, cioè quella buona, quella che ha prodotto i frutti desiderati da Dio, e i suoi discepoli possono produrre gli stessi frutti se rimangono uniti a lui, cioè se apprezzano, vogliono e fanno le stesse cose che lui ha apprezzato, voluto e fatto. Essere uniti a lui significa ascoltare con amore le sue parole fino a lasciarci trasformare da esse e metterle in pratica: è quindi un amore molto concreto quello che ci unisce a lui, non solo affettivo ma anche effettivo.
Come abbiamo ascoltato nella seconda lettura: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità […] Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui” (1 Gv 3,18.23-24).
Questa unione viene espressa qui con il verbo ‘rimanere’ o ‘dimorare’. Può sembrare un verbo statico, ma è tutto il contrario: nella vita, “rimanere” richiede un grande impegno, perché ci sono tante spinte che ci spostano, ci portano lontano dal nostro centro. Come tutte le relazioni, come quella con il coniuge, con gli amici, con le persone importanti della nostra vita, anche la relazione con Dio può diventare abitudinaria, superficiale, tiepida. La tiepidezza invade la vita quando crediamo sia sufficiente limitarsi a evitare i peccati più gravi e gli scandali, o quando ci limitiamo ad adempiere formalmente i nostri doveri. Non è detto che la volontà di Dio ci chieda sforzi eroici tutti i giorni, ma quando non cerchiamo più di ascoltare la sua voce, non ci chiediamo più qual è il vero bene e ci preoccupiamo solo del giudizio degli altri o del nostro tornaconto, allora si compie il distacco da Gesù e la nostra vita inaridisce: magari non ce ne accorgiamo subito, ma dopo un po’ si fa sentire la mancanza del gusto di vivere la nostra vocazione e ci accorgiamo della sterilità delle nostre azioni. Non siamo più uniti a lui, non rimaniamo in lui, ma ci siamo distaccati e allontanati da lui, magari a poco a poco.
La bella notizia è che possiamo ritornare, possiamo essere nuovamente innestati nella vera vite. Abbiamo sentito che alla fine del brano di oggi Gesù dice: “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”. Sembra strano: è l’ultima sera di Gesù e i suoi apostoli lo hanno seguito per tre anni, eppure dice loro che devono diventare suoi discepoli! Anche se fino a ora lo hanno capito poco, se le sue parole rimangono in loro, con l’aiuto dello Spirito Santo le capiranno, diventeranno suoi veri discepoli. Perciò anche noi possiamo sempre diventare discepoli, perché i “discepoli” sono quelli che imparano: se smettono di imparare, smettono di essere discepoli, ma se riprendono ad ascoltare, ridiventano discepoli.
Essere discepoli di Gesù, essere uniti a lui, lo ripeto, significa ascoltare e accogliere con amore le sue parole fino ad apprezzare, volere e compiere tutto ciò che lui ha apprezzato, voluto e fatto. Per questo dice ancora: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”. È una parola misteriosa questa, che si scontra con la realtà di quelle volte in cui abbiamo chiesto con sincerità, non per noi stessi, qualcosa che ci sembrava buono, ma non l’abbiamo ottenuto. Tuttavia è vero che se i nostri desideri si trasformano a immagine di quelli di Gesù, allora la nostra preghiera ottiene di ricevere Dio stesso, perché non sono tanto queste o quelle cose che egli vuole donarci, ma la comunione con sé, l’unione con la sua vita.