Oggi la Chiesa cattolica celebra la solennità del Corpo e Sangue di Gesù. Sottolineo che è una festa della Chiesa cattolica, perché all’origine c’è proprio la volontà di ribadire una verità che è stata interpretata diversamente da altre chiese cristiane. E cioè: come si devono comprendere le parole di Gesù nell’ultima cena “questo è il mio corpo”, “questo è il calice del mio sangue”?
“Il pane è veramente trasformato (magari a livello sub-atomico?) nel corpo di Cristo”; “No, è solo un simbolo, un modo di dire”: per secoli si è dovuto scegliere tra due posizioni estreme in cui forse oggi molti non si riconoscono.
San Tommaso d’Aquino, attingendo dalla filosofia aristotelica, ha dato alla Chiesa cattolica uno strumento prezioso per uscire da questo dilemma: la distinzione tra sostanza e accidenti. Quelli che vengono trasformati nell’eucaristia non sono gli “accidenti“, cioè forma, colore, peso, consistenza ecc. Dal punto di vista fisico-chimico il pane resta pane e il vino rimane una bevanda alcolica. Quella che cambia è la “sostanza”, la sub-stantia, la realtà profonda che “sta sotto” gli accidenti, le caratteristiche osservabili. Per questo si parla di transustanziazione del pane e del vino, anche se poi è difficile andare più in là di così, per capire che cos’è questa misteriosa “sostanza” che non può essere osservata dal microscopio.
Per evitare di cacciarsi nel vicolo cieco di definizioni inadatte a esprimere il mistero, dobbiamo ritornare all’ultima cena di Gesù, come fa il Vangelo di oggi. Lì comprendiamo che innanzitutto l’eucaristia si rifà a un gesto profetico di Gesù che annunciava ai suoi discepoli il senso della morte violenta che lo avrebbe raggiunto poco dopo.
Per parlare della morte di Gesù, il Nuovo Testamento usa diversi linguaggi, come a dire che è un mistero troppo grande per poter essere spiegato e ha bisogno di diverse modalità espressive per essere accostato. Si tratta dunque di metafore, non di definizioni, perché le metafore hanno il potere di illuminare aspetti della realtà, purché non vengano prese alla lettera.
Della morte di Gesù si dice, con il linguaggio del diritto, che Cristo “ha dato la sua vita in riscatto per molti”: è Gesù stesso a dirlo (cf. Mc 10,45). I riferimenti principali sono almeno due: la liberazione o “redenzione” del popolo di Israele in Egitto, ma anche la “redenzione” o riscatto pagato per liberare un prigioniero o uno schiavo per debiti (cf. Lv 25,47-49). Caduti in schiavitù del peccato e della morte, totalmente incapaci di liberarci con le nostre forze, eravamo come prigionieri che non hanno nulla per pagare il loro riscatto, ma Gesù, il solo giusto che non aveva debiti da pagare per sé, ha offerto la sua vita, il suo sangue, “pagando un prezzo” altissimo per liberarci.
Con un’altra metafora, il linguaggio del culto, si dice che “Cristo ha versato il suo sangue in sacrificio per noi”. L’immagine che viene evocata è quella del sacrificio dell’agnello pasquale o di altri animali che venivano offerti in olocausto. Il Vangelo di Giovanni e l’Apocalisse, la prima lettera di Pietro e quelle di Paolo (Rom 3,25; 1Cor 15,3; Ef 5,2) riprendono questo tema: come il sangue di un agnello “senza difetti e senza macchia” veniva offerto in sacrificio di espiazione per la salvezza dell’intero popolo, così Gesù innocente ha offerto la sua vita con un atto di dedizione perfetta, un “sacrificio” che porta a compimento e rende superati tutti i sacrifici, come ci fa capire la Lettera agli Ebrei.
Le letture di oggi evocano una terza immagine, a metà tra il linguaggio del diritto e quello del culto: l’alleanza. In quello che noi chiamiamo Antico Testamento ci furono diverse alleanze tra Dio e gli uomini, ma quella più importante è senza dubbio quella del monte Sinai, mediante Mosé. Le alleanze, compresa questa, avevano il loro modello nell’alleanza tra un re e il suo vassallo ed erano caratterizzate da un impegno, o legge, da rispettare, da un sacrificio per sancirle, da un segno per ricordarle, da una promessa (un premio) per chi l’avrebbe rispettata e da una minaccia per chi l’avesse violata. L’alleanza del Sinai vide promulgata la Legge di Mosé (i dieci comandamenti, e tutti gli altri), fu solennizzata dal sacrificio di animali di cui parla la prima lettura, aveva come segno la circoncisione e come promessa la terra in cui vivere nella libertà fino a quando la Legge sarebbe stata osservata, oppure una nuova schiavitù come quella in Egitto, se l’alleanza fosse stata violata.
In Gesù si stringe una nuova ed eterna alleanza tra Dio e l’umanità, con la promessa dello Spirito Santo, avendo come legge il comandamento nuovo, quello dell’amore, e come segno l’amore reciproco tra i discepoli di Gesù. Il sacrificio di sangue con cui si compie questa alleanza è, evidentemente, la croce del Signore.
Ripeto: non bisogna considerare queste immagini come fossero spiegazioni. Il perché della morte di Gesù ha avuto in epoche diverse spiegazioni diverse: oggi noi comprendiamo più facilmente la sua solidarietà con noi e il valore testimoniale del suo amore, oltre alla “inevitabilità” della morte violenta del giusto in un mondo ingiusto. Ma in questa solennità non ci soffermiamo tanto a riflettere sui motivi della sua morte, quanto piuttosto sul suo memoriale, cioè sul rito che rende presente e rinnova la sua alleanza eterna. Ogni volta che ci incontriamo per ripetere e rivivere la sua ultima cena, noi annunciamo la sua morte liberamente accettata per amore nostro e proclamiamo la sua vittoria sulla morte, pegno e anticipo della nostra nostra risurrezione, quando ritornerà nella gloria.
Allora, il pane eucaristico è o non è il corpo del Signore? Il vino eucaristico è o non è il sangue di Gesù? Noi lo crediamo, ma non basta, non può bastare: capire “cosa” sono non ci fa ancora capire perché ce ne dobbiamo nutrire fisicamente. Gli alimenti eucaristici sono molto di più: con il gesto profondamente simbolico di mangiare e bere noi significhiamo il nostro desiderio di assimilare, di fare nostro il “sacrificio”, il dono di amore di Gesù. Vogliamo nutrire la nostra vita entrando in comunione con il corpo di Cristo che ha sofferto per noi e col sangue di Cristo che è stato versato sulla croce.
Nell’ultima cena Gesù ha pregato il Padre perché i suoi discepoli fossero uniti nell’amore tra loro, e invece noi ci siamo divisi proprio sul significato da attribuire alle sue parole e ai suoi gesti di quell’ora suprema. Più che chiederci “che cos’è” l’eucaristia, avremmo dovuto chiederci che cosa realizza per noi e a che cosa ci impegna: il Signore sarebbe stato più contento.