Oggi, 13 giugno, è la festa di Sant’Antonio, patrono della nostra città: per questo motivo la messa odierna presenta delle letture diverse da quelle previste nel resto della Chiesa.
Un tempo si usava fare il panegirico dei santi, cioè la lode della loro vita e dei loro miracoli, magari arrivando anche a delle esagerazioni ridicole, motivo per cui oggi il panegirico non è più “di moda”. Del resto, questo santo è così conosciuto e amato che non ha bisogno di lodi artefatte.
Allora vorrei provare a ricavare dalla sua vita qualche motivo di riflessione per noi che lo onoriamo come nostro patrono.
Sappiamo che nacque in Portogallo nel 1195 e morì all’Arcella nel 1231, avendo trascorso a Padova gli ultimi quattro anni della sua vita, ma solo nei brevi periodi in cui non era in viaggio per visitare i conventi francescani (fu provinciale dell’Italia settentrionale fino al 1230) o a Roma dal Papa o ad Assisi.
In Italia arrivò a venticinque anni, nel 1220, provenendo dal Marocco e facendo naufragio in Sicilia con una “nave” che oggi sicuramente definiremmo un barcone. Il tema dei migranti che sbarcano sulle nostre coste è un tema molto delicato: sono persone povere, perfino disperate e quindi molto spesso disposte a tutto per sopravvivere, alcune anche a delinquere, se non trovano un lavoro. Non è facile affrontare e risolvere questo problema, ma dovremmo ricordarci sempre che S. Antonio era proprio come loro e su quei barconi non ci sono soltanto problemi per la sicurezza e l’ordine pubblico, ma forse c’è anche qualcuno che ha una missione da parte di Dio. Insomma: non si può accedere una candela al Santo ed essere contrari ai salvataggi in mare.
Quando arrivò a Padova la città aveva allora circa quindicimila abitanti ed era per quel tempo un grande centro di commerci e artigianato. Antonio divenne presto famoso e ricercato, tanto che una folla notevole lo seguiva nelle sue prediche riempiendo le chiese e perfino il Prato della Valle.
Oltre alla predicazione, egli dedicava molte ore al confessionale e sul suo esempio tanti preti si mettevano a disposizione per confessare le persone che avevano ascoltato i suoi sermoni.
La nostra chiesa di Santa Sofia esisteva già da più di cento anni e quindi possiamo immaginare che almeno qualche volta sia entrato qui per pregare. Invece la nostra università fu fondata poco prima del suo arrivo, nel 1222, ed è infatti una delle più antiche al mondo. Certamente Antonio era uomo di grande erudizione e non sottovalutava l’importanza della cultura, infatti chiese e ottenne da S. Francesco il permesso di insegnare teologia ai frati, fondando nel 1223 il primo studentato teologico francescano a Bologna, presso il convento di Santa Maria della Pugliola. Avrebbe potuto sicuramente trovarsi una buona sistemazione nella nascente università, che sarebbe stata onorata di averlo tra i suoi docenti in un tempo in cui non c’erano pregiudizi contro il sapere teologico. Invece mise il suo sapere e la sua eloquenza a servizio della Chiesa e della società intervenendo in questioni molto divisive: predicò contro l’usura e a favore dei debitori insolventi, fino a quando, il 15 marzo 1231, fu modificata la legge sui debiti: «su istanza del venerabile fratello il beato Antonio, confessore dell’ordine dei frati minori» il podestà di Padova Stefano Badoer stabilì che il debitore insolvente senza colpa, una volta ceduti in contropartita i propri beni, non venisse più imprigionato né esiliato. Nel maggio dello stesso anno, un mese prima di morire, ebbe anche il coraggio di andare a Verona a chiedere il rilascio di alcuni prigionieri al terribile tiranno Ezzelino da Romano. Mise perciò in pratica quanto scrisse nei suoi Sermoni, quando rimproverò ai prelati, ai potenti e ai notabili di essere “cani muti”, incapaci di abbaiare avvisando dei pericoli per paura di perdere il consenso e per inseguire il proprio tornaconto economico: «La verità genera odio; per questo alcuni, per non incorrere nell’odio degli ascoltatori, velano la bocca con il manto del silenzio. Se predicassero la verità, come verità stessa esige e la divina Scrittura apertamente impone, essi incorrerebbero nell’odio delle persone mondane, che finirebbero per estrometterli dai loro ambienti. Ma siccome camminano secondo la mentalità dei mondani, temono di scandalizzarli, mentre non si deve mai venir meno alla verità, neppure a costo di scandalo».
È questo il messaggio principale che vorrei raccogliere dalla vita di S. Antonio per questo nostro tempo in cui ha tanta importanza la comunicazione: coniugare competenza, coraggio e umiltà nel prendere la parola al servizio del bene comune. Ci sono diffusori di fake news che hanno coraggio da vendere nel diffondere disinformazione; ci sono persone competenti che fanno cadere dall’alto le loro opinioni come fossero dimostrazioni geometriche; ci sono persone che dovrebbero intervenire ma non lo fanno per diplomazia in vista della carriera. Nelle scuole, nelle aule dell’università e nella chiesa dobbiamo insegnare, soprattutto con l’esempio, che il sapere richiede la fatica dell’apprendimento, l’umiltà del confronto, il rifiuto della logica del tornaconto personale e il coraggio di non misurarsi sul consenso.