A distanza di più di un anno, ritroviamo quel brano di vangelo che Papa Francesco ha letto e commentato la sera del 27 marzo 2020 nella piazza San Pietro deserta, davanti alle telecamere che trasmettevano in tutto il mondo quelle immagini che erano quasi lo specchio delle nostre paure di quel momento: un mondo spopolato dalla pandemia, la solitudine e la fragilità umana sotto un cielo tempestoso. Ma pur nella sua evidente debolezza di uomo anziano e zoppicante, il Papa quella sera ci prese per mano e ci guidò a comprendere e vivere la pandemia come un appello alla conversione personale e sociale per cambiare il modo di relazionarsi tra persone, tra i popoli e con l’ambiente.
Mi chiedo ora cosa è rimasto di quel discorso, dopo più di un anno.
La frase che fu ripetuta più volte quella sera è: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
Credo si possa dire che la paura ormai è passata: anche se non abbiamo ancora toccato la riva, sembra che la parte peggiore della tempesta sia ormai alle spalle. I danni alla barca sono notevoli, il numero degli annegati è piuttosto alto, ma adesso i reparti Covid negli ospedali si svuotano, gli alberghi e i ristoranti si riempiono, si programmano le ferie e si torna allo stadio e nelle piazze a tifare per la nazionale italiana, tutti insieme. È giusto così: non si può continuare a vivere di paura, e quando non piove più si chiude l’ombrello.
Non si può nemmeno dire che questa crisi non ci abbia insegnato proprio nulla: perfino le pubblicità televisive sono cambiate e cercano di presentare i loro prodotti con una certa attenzione all’ambiente, a volte reale, a volte solo di facciata. Comunque, sembra che la politica europea e la grande economia si siano fatte un po’ più attente a certi temi, e questo è un bene.
La paura, dunque, è passata. Vorrei cercare allora di richiamare gli insegnamenti di quella sera, perché non siano dimenticati insieme alla paura.
La prima idea che il Papa ci ha comunicato è che siamo tutti nella stessa barca: «Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti». È importante che non ci dimentichiamo di questo, specialmente nei prossimi mesi e anni, perché sarà forte la tentazione per chi fa la movida di non pensare a chi sta in coda alle cucine popolari, ma se i nuovi poveri non dovessero risollevarsi, andrà a fondo tutta la barca, non solo loro.
Se il primo insegnamento del Papa è l’unione tra noi, il secondo è l’unione con il Signore mediante la fede, che è la fiducia in lui: «L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. […] Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte». Molti infatti si chiedono: perché Dio permette le disgrazie come la pandemia? Perché non le impedisce? Dio non le impedisce, ma riesce a ricavare il bene anche dalle cose brutte. Per mezzo della fede vinciamo la paura e partecipiamo di questo potere divino. Si dice spesso in questi giorni che “niente sarà più come prima”: è vero, ma è da vedere se sarà meglio o peggio di prima. Il Signore ci dà l’opportunità di non sprecare questa crisi.
Il terzo insegnamento di quella sera riguarda la speranza e si ricollega ai primi due: dalla fede infatti nasce la speranza cristiana che rende possibile la solidarietà, uno dei nomi della carità. «Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. […] Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. […] Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare». La fede dà fondamento alla speranza e a una solidarietà creativa di cui avremo estremamente bisogno nei prossimi anni in cui ci sarà da ricostruire una società più attenta alle persone vulnerabili e all’ambiente che è stato gravemente ferito da decenni di comportamenti irresponsabili. Per questo dobbiamo convertirci, abbandonare “il nostro affanno di onnipotenza e di possesso”. Non sarà facile: si prospetta un’altra traversata notturna, magari meno tempestosa, ma non meno insidiosa. Per questo Francesco ci ha esortati ad abbracciare la croce di Cristo: perché nella vita ci sono anche le crociere, ma in genere durano una settimana o poco più. Per il resto la navigazione richiede fatica, coraggio e un forte senso di responsabilità.