In questa domenica la liturgia ci propone un racconto che occupa mezzo capitolo del Vangelo secondo Marco. Si tratta di due storie intrecciate tra loro con alcuni punti in comune. Le protagoniste, oltre a Gesù, sono due donne: una ragazzina di dodici anni che sta morendo e una donna ammalata da dodici anni. Forse è solo una coincidenza, ma in genere i Vangeli nella loro brevità non sprecano parole e ogni dettaglio può essere importante. Nella Bibbia il dodici spesso rappresenta il numero della pienezza, della completezza. Dodici anni sono quindi un periodo completo di vita: ma una vita piena di promesse, quella della figlia di Giairo, si interrompe inaspettatamente e drammaticamente, mentre quella dell’altra donna se ne va un po’ alla volta. Tutte e due, quindi, si confrontano con la morte, lenta o improvvisa, ma Gesù si manifesta come più forte del male e della morte. L’altro punto di contatto di queste due storie, quello principale, è la fede che salva: insieme al brano di domenica scorsa, la tempesta sedata, il racconto di oggi forma una vera e propria catechesi sulla fede e anche questa volta, come nell’altro episodio, la fede che è la fiducia in Gesù e in Dio si contrappone a un atteggiamento che nasce spontaneo: la paura. Infatti la donna che ha toccato Gesù si fa avanti tutta tremante e Giairo viene esortato a non temere. Nel Vangelo secondo Marco la non-fede non è l’ateismo: è la paura. La paura fa credere che “tutto è perduto”, mentre la fede-fiducia permette di credere che “tutto è possibile a Dio”, anche se non è necessariamente quello che voglio io. La paura paralizza, spegne ogni iniziativa e fa prendere decisioni sbagliate. La fede invece fa avanzare anche nel buio e apre davanti nuove possibilità. Ovviamente la fede non cancella la paura, ma dà la forza per affrontarla e vincerla. In questo brano la fede è raffigurata con un gesto: toccare Gesù o essere toccati da lui (ogni tocco è reciproco). Per noi, che non entriamo più in contatto fisico con Gesù, la fede è il nostro modo di “toccarlo”, di raggiungerlo e prendere contatto con lui. Forse la nostra attenzione è attirata in questo brano dai miracoli, dai “risultati” di questa fede: la guarigione della donna e la risurrezione della bambina. Invece dobbiamo fare attenzione a ciò che si dice di Gesù: si accorge di essere stato toccato con fede e prende per mano la bambina per farla alzare. Questo significa che il Signore non è indifferente alle nostre prove («Non t’importa che moriamo?» dicevano i discepoli nella barca). Quando la fede cerca di raggiungerlo, lui lo sa e ci prende per mano: «Alzati», ci dice. Piacerebbe a tutti poter ottenere la guarigione dei malati, o almeno dei bambini, grazie alla fede. Ma il Vangelo non è un’assicurazione per risolvere magicamente tutti i problemi: se lo fosse, tutti sarebbero cristiani, ma forse nessuno supererebbe mai la logica del tornaconto personale, nessuno mai arriverebbe ad amare gratuitamente. Invece la fede è anche questo: lasciarci prendere per mano dal Signore e farci condurre dove vuole lui, non dove vorremmo noi. Il che non significa una rassegnazione passiva: come la donna e la bambina di questo brano sono tornate alla vita, così la fede ci fa vivere pienamente ogni situazione, anche quelle che non avremmo scelto spontaneamente.