Anche in questa domenica prosegue quella che possiamo chiamare una “catechesi sulla fede” dell’evangelista Marco. Rispetto alle due domeniche precedenti il brano di oggi mette in evidenza  due aspetti legati alla fede: la debolezza dei segni e la “reciprocità”. Innanzitutto, la debolezza dei segni. Non esiste un segno inequivocabile: ogni segno dev’essere  interpretato e può essere interpretato bene o interpretato male, può essere compreso o travisato.  La fede, che vuol dire fiducia, è anche questo: un atteggiamento collaborativo, aperto, disponibile  ad accettare ciò che le viene detto o proposto. Accolgo quel che tu mi vuoi comunicare credendo  che è vero e che può far bene alla nostra relazione. Si dice anche “essere in buona fede”. Certo, a questo mondo ci sono anche persone bugiarde e malintenzionate che cercano di  approfittare della fiducia che viene loro accordata, perciò dobbiamo stare attenti, ma non si vive  bene quando si sospetta di tutto e di tutti. La fede, o fiducia, accoglie con rispetto sacro i segni e  le parole della vita quotidiana come provenienti da Dio, con meraviglia, non con sospetto. Non  cerca di distorcerli e non li disprezza per la loro piccolezza. Invece gli abitanti di Nazareth sono scandalizzati dal fatto che un ragazzotto qualsiasi, cresciuto  nel loro sconosciuto paese, sia diventato famoso come predicatore e operatore di prodigi.  Evidentemente l’infanzia e la giovinezza di Gesù erano state molto normali: non aveva manifestato  i segni tipici del bambino prodigio, altrimenti i suoi compaesani non si sarebbero stupiti della sua  improvvisa notorietà. I suoi cosiddetti fratelli e sorelle, cioè i coetanei cresciuti con lui, quelli che  avevano giocato con lui da piccoli, non si erano accorti che fosse una persona fuori dal normale.  Hanno concluso che ci doveva essere sotto un imbroglio, perciò – come sappiamo anche dagli  altri Vangeli – lo hanno sfidato a far vedere qualche miracolo davanti ai loro occhi. E infatti Gesù  non ci riuscì: non riuscì a compiere nessun prodigio “a causa della loro incredulità”, e questo è il  secondo aspetto da considerare: potremmo forse chiamarlo – in un certo senso – la “reciprocità”. Credo che siamo abituati a pensare al potere di Gesù come assoluto: se uno ha la capacità di fare  miracoli, dovrebbe avercela sempre, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione. Invece questo  brano dice che Gesù aveva proprio bisogno della fede dei suoi interlocutori per compiere i suoi  prodigi, tanto che diceva spesso: «La tua fede ti ha salvato». Per paura di sminuirlo, qualcuno  dice che in realtà avrebbe potuto eccome fare i miracoli anche senza la fede dei destinatari, ma  non voleva. Può darsi benissimo che sia così, ma i Vangeli non lo dicono: non sono tanto  preoccupati di salvaguardare la sua onnipotenza, quanto piuttosto di affermare la necessità della  fede. Gesù aveva bisogno della fede, cioè della fiducia delle persone che si rivolgevano a lui, per  poterli aiutare. Anche quando era lui a prendere l’iniziativa, prima chiedeva: «Credi tu questo?»  (Cf. Gv 11,26). Perché è necessaria la fede-fiducia? Perché senza la fede anche un miracolo è solo un fatto:  insolito, inaspettato, eccezionale, ma che rimane muto. Entra semplicemente a far parte di una  statistica. Per poter riconoscere il dono e risalire al donatore abbiamo bisogno della fede come  relazione di fiducia reciproca. Reciproca perché non solo noi ci fidiamo di Dio, ma anche lui si  aspetta qualcosa da noi, ha fiducia che possiamo essere o diventare interlocutori affidabili. Se Dio non avesse avuto fede nell’umanità non avrebbe mandato suo Figlio. Certo, conosce le  nostre debolezze e i nostri peccati, ma se accogliamo con fede-fiducia la sua iniziativa, possiamo  portare quei frutti che si aspetta da noi.