Dopo l’episodio della moltiplicazione dei pani, prosegue la lettura del capitolo sesto del Vangelo secondo Giovanni con il cosiddetto discorso del pane di vita: il brano di oggi ne è la prima parte.
È un discorso difficile da seguire perché l’evangelista lo ha costruito come un dialogo tra sordi: Gesù viene continuamente frainteso dalla folla, perché l’umanità non vuole accogliere ciò che egli vuole donarle. Perciò il filo del discorso si interrompe continuamente e diventa faticoso seguirlo.
Il dialogo si svolge tra Gesù e la folla che ha mangiato il pane e che poi voleva farlo re. Siccome Gesù è riuscito a sottrarsi a quel loro tentativo, ora ci riprovano e cercano di non perdere più le sue tracce. Ma Gesù capisce bene il motivo della loro ricerca e dice loro: «Voi mi cercate perché vi siete riempiti la pancia, non perché avete capito i segni che vi ho dato» (in Giovanni “vedere” spesso equivale a capire e credere).
Cosa avrebbe dovuto vedere, cioè capire, la folla di Cafarnao? Come abbiamo visto domenica scorsa, avrebbe dovuto comprendere che quel pane era un dono e quindi risalire al donatore. Ora Gesù cerca di spiegarlo con questo lungo dialogo, ma non ci riuscirà. Giovanni è sempre molto pessimista sulla capacità dell’umanità di comprendere e di credere.
Gesù aggiunge: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà». In realtà le persone lavorano di solito proprio per il cibo quotidiano e non abbiamo una buona opinione di quelli che mangiano senza lavorare. Dunque, cosa vuol dire l’invito di Gesù? Ci sta dicendo di non cercarlo come fanno loro per ottenere dei vantaggi materiali, come il cibo o la soddisfazione di altri bisogni, ma per ciò che lui ci vuole donare. Anche questa volta la folla non capisce e si ferma alle prime parole dette da lui: «Datevi da fare», perciò chiede: «Cosa dobbiamo fare per operare le opere di Dio?». Sulla loro bocca vuol dire: «Cosa dobbiamo fare perché Dio ci dia in cambio il pane?». E ancora una volta la risposta di Gesù si pone su un piano diverso dalla domanda: anziché parlare delle opere da compiere per Dio, Gesù parla dell’unica opera di Dio, al singolare, non specificando se è l’opera che noi facciamo per Dio o (più probabilmente) l’opera che Dio fa per noi. «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». È Dio che compie qualcosa per noi donandoci la fede.
A questo punto le posizioni si ribaltano: ora sono gli ascoltatori a chiedere a Gesù di operare.
«Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai?». Gli chiedono di accreditarsi con un segno, come Mosé che diede la manna ai loro antenati. Sembra molto improbabile che la folla abbia già dimenticato la moltiplicazione dei pani di cui si parla anche all’inizio di questo discorso. Ma per l’evangelista ormai non è più la folla che ha mangiato il pane moltiplicato quella che sta parlando con Gesù, bensì l’umanità, quella conosciuta da Giovanni che rifiuta di credere nel Figlio di Dio, che vuole vedere per credere. Gesù risponde da rabbino, dicendo che la frase da loro citata va letta diversamente: non fu Mosé che diede il pane, ma il soggetto sottinteso è Dio, che dà oggi il pane disceso dal cielo, Gesù stesso.
Come ho detto all’inizio, l’espediente del fraintendimento rende la lettura del brano faticosa e complessa, ma rileggendo con calma il testo, sentiamo che ci riguarda. Anche noi rischiamo di cercare Gesù più per quello che vogliamo noi che per quello che ci vuol dare lui. Quando va bene, siamo molto presi da quello che noi facciamo per Dio e per il prossimo, anziché accorgerci di quel che Dio fa per noi. Dio ci dà Gesù: se questo non ci basta, è segno che ancora non lo abbiamo ricevuto pienamente.