Prosegue in questa domenica la lettura del discorso sul Pane di vita, al capitolo 6 del Vangelo secondo Giovanni. Più il discorso va avanti, più aumentano le incomprensioni degli ascoltatoriinterlocutori di Gesù.
Adesso addirittura smettono di rivolgersi a Gesù e mormorano tra loro: non gli manifestano più le loro incomprensioni, forse perché ormai hanno deciso che parlare con lui è inutile, che le sue parole sono incomprensibili. Gesù non si meraviglia di questo: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato […] Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me» (vv. 44-45). In fondo è un’esperienza che abbiamo fatto anche noi: certe frasi del Vangelo a volte non ci dicono niente e poi, tutto a un tratto, non solo le comprendiamo ma capiamo anche che sono importantissime per la nostra vita. Oppure scopriamo che certe frasi che a noi sembrano non solo bellissime ma anche piene di significato, a qualcun altro non dicono niente, o viceversa. Mi torna in mente quello che Gesù dice a Pietro nel Vangelo secondo Matteo: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16,17). Dio, il Padre fa il dono della fede perché possiamo ascoltare Gesù con fiducia ed essere istruiti da lui: «In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna» (v. 47).
Con questo versetto si conclude la prima parte del discorso del Pane di vita. Questa prima parte è centrata sulla parola di Gesù, sulla sua sapienza, sul suo insegnamento. È prima di tutto questo insegnamento, accolto con fede, che nutre la nostra esistenza e ci fa vivere in pienezza. La fede che accoglie la parola di Gesù si deve tradurre in un dialogo con lui, manifestandogli le nostre difficoltà, le nostre domande. Non dobbiamo “mormorare”, cioè tenerci dentro le nostre obiezioni, perché prima o poi saltano fuori come vere e proprie ribellioni. Solo la preghiera, la “fede dialogata”, ci permette di accedere alla “sublime scienza di Gesù Cristo” (Fil 3,8).
Con il versetto successivo inizia la seconda parte, non più centrata sull’insegnamento di Gesù ma sull’Eucaristia: «il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51).
Gesù non è venuto nel mondo solo come maestro, come Buddha o Confucio, non ha offerto solo la sua parola, ma ha donato tutto se stesso innanzitutto nella concretezza della vita quotidiana e poi nella sua morte. Ha offerto la sua “carne”, cioè le sue fatiche e i suoi dolori, il suo amore concreto, costoso: le peregrinazioni, la fame e la sete, l’esposizione ai rifiuti anche violenti, la cura per i deboli e gli emarginati… E poi si è consegnato a coloro che volevano ucciderlo, amando i suoi nemici fino al punto di non rifiutare loro nemmeno la sua vita.
La sua “carne”, il suo amore vissuto, concretizzato, è il “pane”, l’alimento di cui abbiamo bisogno per vivere una vita che non sia soltanto sopravvivenza materiale, ma la vita pienamente umana di relazioni buone, di comprensione, di aiuto reciproco, di perdono, di amore.
Mangiare questo pane significa alimentarci con i suoi esempi di vita, assimilarli, farli diventare carne anche nostra. L’Eucaristia è il sacramento, il segno efficace di questo suo dono e della nostra accettazione e accoglienza. Mangiare l’eucaristia sacramentale significa accettare di assimilare non solo il Vangelo annunciato da Gesù, ma anche il Vangelo vissuto da lui: nutrire la nostra vita con sua incarnazione, vita, morte e risurrezione. Significa accettare che anche nella nostra vita si compia ciò di cui ci nutriamo: essere trasformati in Cristo per vivere la sua stessa carità, vivere la carità di Cristo fino ad essere trasformati in lui.