Il brano di oggi conclude il cosiddetto discorso sul pane di vita, al capitolo 6 del Vangelo secondo Giovanni. Non riporta più le obiezioni degli abitanti di Cafarnao che prima “mormoravano” (v. 41) e poi “discutevano aspramente” o “litigavano” tra loro (v. 52): adesso sono i discepoli (non i Dodici) che mormorano tra loro.
Gli esperti della Bibbia chiamano questo passaggio “la crisi in Galilea”, cioè il momento in cui i primi numerosi discepoli galilei di Gesù hanno smesso di seguirlo dopo un periodo in cui la predicazione di Gesù e le sue guarigioni gli avevano conquistato il favore delle masse.
Di quale crisi si tratta?
Non sembra si tratti di una crisi in Gesù. Come non si era esaltato per il momentaneo successo, così non si deprime per l’insuccesso, per il venir meno del consenso. Oggi ci sono persone che del consenso, del numero di follower hanno fatto il loro lavoro, se non addirittura la loro ragione di vita. Gesù invece lascia andare i discepoli che non lo vogliono più seguire e chiede addirittura ai Dodici se vogliono andarsene anche loro. Non si sente sminuito o tradito, anche se sa già che qualcuno lo tradirà. Gesù capisce che la crisi riguarda loro, i discepoli.
Luciano Manicardi, attuale priore di Bose, scrive: «Le crisi nella vita personale come nella chiesa e nella comunità cristiana sono dolorose, ma possono essere salutari perché passano al setaccio, vagliano, chiedono un adattamento a situazioni nuove, dunque sono possibili occasione di rinnovamento. Certo, nella crisi si fa strada la tentazione dell’azzeramento del proprio passato: “Ho sbagliato tutto”, “Mi ero illuso”, “Non ce la faccio più”, “Per me è impossibile”. E ancora: “Che senso ha?”, “Chi me lo fa fare?”, “Ne vale la pena?”. Queste sono le parole e le domande che vengono al nostro spirito in quei momenti».
I discepoli di Gesù di quel tempo non sono gli unici ad averlo abbandonato: ogni cristiano prima o poi è tentato di “tornare indietro”, di rinnegare perfino le promesse più sacre, quelle che realizzano concretamente le promesse del Battesimo. Oppure è tentato di “fare come se”: continuare a seguire il Signore, a vivere la propria vocazione, ma solo in apparenza. E non penso solo a chi ha, come si dice, una “doppia vita”, ma anche a chi adempie i propri doveri visibili senza amore.
Per questo Gesù chiede ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. È importante che non continuino a seguirlo solo fisicamente, solo perché ormai hanno investito troppo tempo e troppe risorse con lui, solo perché sarebbe troppo faticoso ricominciare tutto daccapo.
La risposta che il discepolo è chiamato a dare alla crisi è una risposta di fede e di amore.
Di fede, perché quando si vede tutto nero è difficile credere alla luce, è difficilissimo credere che le cose possono essere diverse da come si vedono in quel momento. Come nel discorso del pane di vita, le parole di Gesù sembrano ai discepoli insignificanti, inutili a risolvere i propri problemi.
Occorre fiducia in Dio e anche in qualche aiuto umano per “uscire dall’angolo”, venir fuori da un punto di vista che è esso stesso parte del problema: un’illusione del tentatore che vuol farci credere che l’unica soluzione è quella che lui ci propone.
Ma occorre anche una risposta di amore, di disponibilità a “consegnare se stessi” come Gesù che ha dato la sua carne e il suo sangue per la vita del mondo. Non si esce dalla crisi come discepoli di Gesù semplicemente trovando un adattamento migliore, una soluzione più efficace ai propri problemi: la crisi è molto spesso l’opportunità per il discepolo di diventare veramente tale. Fino a quando l’amore non ci costa qualcosa, fino a quando essere discepoli di Gesù è in qualsiasi modo un guadagno, abbiamo solo cominciato a seguirlo. È la rinuncia il segno specifico della gratuità, dell’amore oblativo, della carità che riceviamo nell’Eucaristia di ogni domenica per viverla ogni giorno.