Il brano di questa domenica prende inizio da un’osservazione, un rimprovero, che i farisei muovono a Gesù: i suoi discepoli prima di mangiare non si lavano le mani fino al gomito, secondo la tradizione trasmessa dagli antichi. È chiaro che qui non si tratta di una norma igienica (di cui è stata compresa la necessità solo 150 anni fa), ma di una norma religiosa: oltre alla Legge di Mosé scritta nel Pentateuco, infatti, esistevano norme molto più numerose che erano state tramandate oralmente e che più tardi sono state scritte nel Talmud. I farisei obbedivano anche a quelle, mentre invece i sadducei non le riconoscevano come vincolanti. Tutto sommato sembra una questione di poco conto, un dibattito un po’ accademico tra diverse interpretazioni della Legge, invece accende l’indignazione di Gesù e fa emergere diversi temi importantissimi: il tema del puro e dell’impuro; dell’interiorità e dell’esteriorità; della tradizione e dell’innovazione; della volontà di Dio e della sua traduzione concreta nelle scelte e nelle decisioni quotidiane.
Ricordo un bellissimo film con Jack Nicholson (Qualcosa è cambiato) in cui il protagonista è un nevrotico che si lava le mani con acqua bollente e saponette nuove: le usa una volta e poi le butta via. Questo e altri rituali gli permettono di avere un illusorio controllo della sua ansia: anziché affrontare i problemi che si porta dentro, cerca di controllare la realtà fuori di lui. Se si lava bene le mani, se non pesta le crepe del marciapiede, se mangia sempre allo stesso tavolo… tutto andrà bene. Naturalmente non è vero, ma in misura più moderata, più coperta, è un modo di affrontare la vita molto comune. I rituali, le ripetizioni danno sicurezza: fare sempre le stesse cose, fare come si è sempre fatto permette di evitare le novità e quindi le responsabilità se qualcosa dovesse andare male.
Quello che stiamo vivendo è per il mondo e per la Chiesa un tempo di grandi cambiamenti e incertezze, in cui si affacciano molte paure. Davanti a problemi nuovi e inediti è necessario trovare risposte nuove. La “tradizione degli antichi”, con tutta la sua saggezza, può non bastare, anche perché gli antichi affrontarono i problemi del loro tempo con la loro intelligenza e responsabilità e così anche noi dovremmo essere a nostra volta altrettanto responsabili e creativi, non continuare a ripetere quello che fecero loro in situazioni molto diverse dalla nostra.
Può essere forte la tentazione di non toccare certi problemi, di restarne fuori, di non sporcarci le mani e rifugiarci in alcune pratiche che ci danno sicurezza. Si può credere di essere religiosi solo perché si eseguono certi riti, mentre invece molto spesso sono gli imprevisti che rivelano a noi stessi di che pasta siamo fatti.
Nella parabola del buon samaritano il sacerdote e il levita che non hanno soccorso il malcapitato forse hanno tirato dritto perché avevano fretta o perché avevano paura, ma qualcuno dice che forse non hanno voluto toccarlo perché il contatto con il sangue o addirittura con un cadavere, se gli fosse morto tra le mani, li avrebbe resi impuri e inadatti al culto per un certo periodo. Avevano un dovere sacro da adempiere andando a Gerusalemme: dovevano offrire sacrifici a Dio. È stato facile usarlo come scusa per non avvicinarsi a quell’uomo incappato nei banditi.
Quando capitano queste cose, quando scopriamo che siamo fatti così, che il nostro cuore non è puro, rischiamo di sprofondare nell’amarezza e nello scoraggiamento. Invece Dio vuole purificare il nostro cuore con il pentimento e con il desiderio del bene che pone dentro di noi. Non siamo noi che ci purifichiamo: è Lui che ci purifica con la sua grazia.
La purezza non riguarda cibi, oggetti o animali; non riguarda nemmeno soltanto il sesto comandamento. Purezza è amare senza egoismo, agire solo per il bene, non mescolare il servizio agli altri col proprio tornaconto personale, saper discernere il bene anche là dove ce n’è poco, compatire chi sbaglia.
Chiediamo sempre il dono di un cuore puro, perché i puri di cuore vedranno Dio.