Il brano di oggi conclude il cap. 7 del Vangelo secondo Marco, un capitolo quasi tutto ambientato in territorio pagano. Anche quest’ultima guarigione avviene in terra pagana, nella Decapoli, a est del “mare” (lago) di Galilea.
La tradizione dice che l’evangelista Marco a Roma fu l’interprete e lo scrivano dell’apostolo Pietro.
Se questo è vero, il suo Vangelo si rivolge soprattutto ai pagani – i non ebrei – che vengono istruiti in vista del battesimo e quindi i particolari della sua narrazione riferiti ai pagani acquistano particolare importanza: i non ebrei che lo ascoltavano riconoscevano se stessi nella narrazione. Si ritiene quindi che questo brano non si limiti a raccontare un fatto realmente accaduto, ma che i particolari abbiano anche un valore simbolico che la liturgia cristiana ha fatto proprio fin dall’antichità. Nella celebrazione del battesimo, infatti, è compreso il rito dell’Effatà: il sacerdote tocca le orecchie e la bocca del battezzato (nel rito antico, del catecumeno) e gli dice: «Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre».
Infatti, l’uomo che portano da Gesù è «uno sordo e che parlava a stento», cioè un sordo dalla nascita che non aveva imparato a parlare correttamente proprio perché non sentiva. I bambini infatti imparano a parlare ascoltando gli altri che parlano. Anche i discepoli di Gesù, come quelli di qualsiasi altro maestro, prima di tutto devono ascoltare per imparare, poi potranno parlare per fare domande e alla fine potranno insegnare a loro volta.
Nel capitolo successivo Gesù rimprovera i suoi discepoli dicendo: «Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?» (8,18). In realtà, tutta la seconda parte del Vangelo secondo Marco è una faticosa educazione dei discepoli che non capiscono e a un certo punto addirittura smettono di fare domande per paura delle risposte.
Per aprire gli orecchi e sciogliere la lingua di questo pagano, prima Gesù lo deve portare in disparte, lontano dalla folla, e poi deve alzare gli occhi al cielo, cioè pregare.
Anche noi, per dialogare con Dio, dobbiamo prima ascoltarlo e prima ancora abbiamo bisogno di staccarci dalla massa e da quel che dice. Senza un po’ di silenzio e di ascolto il dialogo non è possibile, nemmeno il dialogo umano: figuriamoci quello con Dio!
I profeti e i salmi parlano di circoncidere gli orecchi (Ger 6,10) e scavare gli orecchi (Sal 40,7) come a dire che non si può dare per scontata la capacità di ascoltare, ma è un dono da chiedere.
Non so se le cose andassero meglio una volta, ma sicuramente oggi si fa un gran parlare di comunicazione, si investono anche moltissimi soldi nelle nuove tecnologie di comunicazione, ma c’è una mancanza di ascolto desolante. Tantissimi si illudono di comunicare perché trasmettono messaggi ma molto spesso sono superficiali perché prima è mancato l’ascolto e l’apprendimento.
Oggi si considera un bravo comunicatore chi si presenta sicuro di sé, parla senza incertezze e sa riassumere quel che ha da dire con slogan a effetto. Quando ascolto il telegiornale alla sera vedo che i politici sono preoccupati di concentrare il loro messaggio in poche parole, perché altrimenti viene tagliato per mancanza di tempo. Così la comunicazione si radicalizza e si assolutizza, come se la ragione stesse da una parte sola, senza sfumature e senza contraddizioni. Per capire come stanno veramente le cose e ancor più per prendere una decisione ponderata ci sarebbe bisogno di tempo e di ascolto, ma di tempo e di ascolto ce n’è sempre meno.
Per comunicare con noi Dio ci ha messo più di mille anni, entrando nelle storie contraddittorie degli esseri umani, facendole scrivere poi in un libro che è l’insieme di tanti libri, pieno – diciamolo – di contraddizioni e di misteri, non perché Dio sia contraddittorio, ma perché gli uomini lo hanno capito ciascuno a modo suo. Alla fine, la chiave per comprendere la Bibbia e Dio è Gesù, ma anche lui ha impiegato più di tre anni per formare i suoi discepoli e non sono bastati per farsi capire pienamente perché la loro capacità di ascolto non era migliore della nostra.
Gesù sospira mentre pronuncia il suo effatà: è difficile anche per lui aprire i nostri orecchi, ma non impossibile. Chiediamo al Signore quel che chiedeva il profeta Isaia: «Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli» (Is 50,4).