Il primo versetto del Vangelo secondo Marco dice: “Principio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”. A metà del Vangelo si dice che Gesù è il Cristo e alla fine, sotto la croce, il centurione pagano riconoscerà che “Veramente quest’uomo era figlio di Dio” (Mc 15,39).
Il brano di questa domenica è dunque il centro del Vangelo secondo Marco, perché si trova nel capitolo ottavo (su 16 complessivi) ma soprattutto perché – dopo che nei primi capitoli è ritornata più volte la domanda “chi è dunque costui?” – ora finalmente si afferma che Gesù è il Cristo, parola greca che traduce l’ebraico ‘Messia’ che significa letteralmente “Unto”, nel senso di “Re consacrato (da Dio) con la sacra unzione”.
Non appena Pietro lo riconosce come il Messia atteso da Israele, Gesù spiega in che modo sarà Messia, in che modo instaurerà il regno di Dio: non sconfiggendo e uccidendo tutti i nemici, ma essendo ucciso dai capi del suo popolo. Poiché Pietro si oppone, Gesù lo rimprovera e aggiunge che anche quelli che lo seguono devono mettere in conto di fare la sua stessa fine: questo è il primo significato di “prendere la propria croce”. Noi di solito intendiamo questa frase nel senso di accettare i dolori e le difficoltà della vita, ma il suo significato originario è un avvertimento: come è stato perseguitato Gesù fino a essere crocifisso, così saranno perseguitati anche i suoi discepoli.
Chi vuole veramente seguire Gesù, non deve illudersi che tutto andrà bene.
Quello che mi ha colpito questa volta, rileggendo il brano, è la differenza tra le attese e il loro compimento. Tutti aspettavano la venuta del Messia, ma quando è arrivato si è rivelato diverso da come se lo immaginavano; in un certo senso ha deluso le attese.
Era necessario che fosse annunciato fin dall’antichità perché fosse atteso, ma le attese puntavano nella direzione sbagliata perché erano le attese di quell’umanità “malata”, incapace di capire e attuare il proprio bene. In un certo senso, anche le attese, pur necessarie, facevano parte del problema; evidenziavano anch’esse quello che chiamiamo il “peccato”, la radicale alienazione che deturpa la nostra somiglianza divina.
Credo che quel che era vero per Pietro e gli altri discepoli possa essere vero anche per ciascuno di noi. ‘Dio’ o ‘Gesù’ possono essere i nomi che diamo a tante attese, anche buone e legittime: essere amati, perdonati, guidati a una vita buona, illuminati sul senso della vita e del nostro destino… Dio può essere la risposta a queste e a tante altre attese del nostro cuore, ma la strada per arrivarci può essere completamente inaspettata, tanto da apparire deludente, come è avvenuto a Pietro. Il nostro vero bene è imparare ad amare come Gesù, con un amore totalmente oblativo e senza riserve. In un modo o nell’altro questo comporterà una rinuncia a se stessi, al proprio tornaconto e forse anche ai propri progetti, pur buoni.
Gesù dice a Pietro: «Va’ dietro a me!», non: «Lontano da me», come si diceva fino a non molto tempo fa. «Dietro a me», cioè al posto del discepolo che segue il maestro per imparare da lui e lasciarsi guidare, non davanti, a intralciare il cammino con le sue lodevoli intenzioni.
Quando leggiamo le vite dei santi vediamo spesso, per non dire sempre, che hanno fatto dei buoni programmi, che hanno cercato di servire Dio nel migliore dei modi, ma poi hanno dovuto fare i conti con imprevisti, sconfitte, fallimenti. Dio non assicura il successo, nemmeno delle opere che riteniamo giuste e sante: Dio è Signore e fa le cose a modo suo, non a modo nostro.
Dio è più grande anche dei nostri più grandi desideri ed è migliore delle nostre attese migliori.