Il brano di questa domenica è chiamato l’episodio del giovane ricco, anche se in realtà è un altro evangelista, Matteo, quello che dice che questo tale era giovane. Quando io ero giovane questo brano mi faceva un po’ paura, perché sentivo confusamente che volevo seguire il Signore, ma mi facevano paura le rinunce che avrebbe potuto chiedermi. Anche il modo in cui è stato spiegato per secoli questo brano incuteva un certo timore: si diceva che l’osservanza dei comandamenti era obbligatoria per tutti, ma che alcuni cristiani che aspiravano alla perfezione potevano seguire i cosiddetti “consigli” evangelici, più difficili ma più meritevoli davanti a Dio. Infatti, gli ordini religiosi venivano chiamati “istituti di perfezione”, con la conseguenza che i religiosi venivano considerati fedeli perfetti o almeno aspiranti alla perfezione, mentre gli altri, ovviamente, perfetti non potevano essere, anche se ovviamente ci si guardava dal chiamarli “imperfetti” o peggio ancora “difettosi”.
Le cose non stanno così. Innanzitutto perché quel tale che corre incontro a Gesù è invitato a diventare discepolo, cioè cristiano, non un monaco o un vescovo. Gesù non ha mai inteso creare due categorie di fedeli, quelli perfetti e quelli imperfetti. Anche perché l’ideale della perfezione può essere una trappola, può condurre alla nevrosi e alla superbia. Quando l’evangelista Matteo parla di perfezione nel suo Vangelo, intende il significato originario della parola che è la completezza, il giungere a compimento.
L’invito ad abbandonare le ricchezze è rivolto in realtà a tutti i discepoli, non ad alcuni più bravi degli altri. Questo ovviamente non significa che tutti i cristiani debbano dormire sotto un ponte e vivere di elemosina. Sono molte le modalità concrete da inventare nelle varie situazioni della vita per non essere prigionieri dei beni materiali e dell’egoismo, ma la fraternità e la condivisione sono valori che tutti dobbiamo vivere, anche se un monaco e un imprenditore li devono realizzare in modi diversi.
Vorrei anche aggiungere che forse non è bene concentrarsi sulla lotta contro ogni attaccamento, inseguendo appunto un ideale perfezionistico e solitario di distacco interiore. Quante persone si sono scervellate per cercare di capire quali erano i loro attaccamenti e per cercare di combatterli!
Sono sforzi non necessari: se siamo sinceri con noi stessi, la vita si incarica di farci capire quali sono le ricchezze alle quali non vogliamo rinunciare quando ci troviamo davanti alla possibilità concreta di fare la cosa giusta e qualcos’altro ci trattiene, come è successo al protagonista del Vangelo di oggi.
Un’altra cosa che mi faceva paura da giovane quando mi spiegavano questo brano era il carattere ultimativo della decisione da prendere: apparentemente l’uomo di cui parla il Vangelo commette un errore irrimediabile, perde una volta per sempre la possibilità di diventare discepolo di Gesù.
Ora, è vero che nella vita ci sono anche delle occasioni irripetibili, da cogliere al volo, e mi sembra anche vero che oggi molti giovani tendano a rimandare le scelte definitive, a tenersi sempre aperta un’uscita di emergenza. Però è anche vero che con noi Dio usa un’infinita pazienza e ci dà quasi sempre la possibilità di ricominciare, di correggere, di migliorare.
Una decisione sola, una volta per tutte, non crea né i santi né i dannati: la vita è fatta di tante scelte quotidiane, di tanti incontri e scontri, di tante possibilità di seguire il Signore e di lasciare ciò che ci ostacola in questa sequela. Non siamo come le frecce o le pallottole, che arrivano al bersaglio solo se partono nella direzione giusta: noi possiamo fare le curve e possiamo anche tornare indietro.
Quello che dobbiamo capire e ricordare di questo brano è che Gesù amò quell’uomo che lo cercava, e ama anche noi. Se crediamo questo, tutto il resto conta di meno.