Oggi la Chiesa celebra la festa dell’Ascensione: quaranta giorni dopo la sua risurrezione, Gesù smette definitivamente di apparire ai suoi discepoli, e per farglielo capire fa vedere loro che sale al cielo, anche se questo “cielo” non è un luogo fisico situato da qualche parte nell’universo ma il segno che d’ora in poi non lo vedranno più.
Il brano del Vangelo di Luca dice che “Gesù si staccò dai suoi discepoli”.
Staccarsi, e staccarsi bene, è una delle cose più difficili.
Quando un parroco va in pensione, di solito gli si raccomanda di lasciare la parrocchia anche fisicamente, perché potrebbe essere troppo forte la tentazione di criticare il proprio successore, di disapprovare i cambiamenti e mantenere in qualche modo una posizione di comando.
Quando il fondatore di una azienda passa la direzione ai suoi figli, succede a volte che questi si sentano controllati, giudicati e svalutati nelle loro iniziative perché il padre continua a essere presente con la sua esperienza che li schiaccia.
Anche per una mamma può essere difficile lasciar andare i figli perché vivano la loro vita: può essere forte la tentazione di trattenerli in un modo o nell’altro.
Se Gesù avesse continuato ad apparire, nella storia della Chiesa, se avesse continuato a visitare periodicamente almeno il Papa, i vari successori di Pietro, di sicuro ci saremmo risparmiati tanti scandali, sarebbero state prese delle decisioni certamente coerenti col Vangelo e la Chiesa sarebbe stata migliore, forse addirittura perfetta.
Allora perché si è staccato da noi?
Per rispettare la nostra libertà e per farci crescere, per consentirci di diventare più grandi. Lo aveva detto nell’ultima cena: «In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14,12).
Come è possibile fare cose più grandi di quelle che ha fatto Gesù? Eppure Madre Teresa di Calcutta e le sue suore hanno assistito molti più lebbrosi di Gesù, e così pure San Francesco e i francescani. Don Bosco e i salesiani hanno dato un futuro a un’infinità di ragazzi di strada; San Camillo e i camilliani hanno assistito innumerevoli ammalati… Tutte le opere di solidarietà e di carità dei cristiani di ieri e di oggi sono state fatte per amore e nella libertà, senza che Gesù andasse a spiegare ai suoi fedeli cosa dovevano fare.
È vero: Gesù ha anche detto: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), ma è una presenza delicata, nascosta, rispettosa, silenziosa. In certi momenti della vita forse vorremmo che Gesù ci parlasse, ma in realtà ci ha già detto tutto: dobbiamo solo essere più attenti alle parole che ci ha già consegnato, farle nostre, interiorizzarle. Nell’obbedienza al suo Vangelo la nostra libertà e la nostra responsabilità crescono e si sviluppano in pienezza.
L’arte del distacco è molto difficile. È difficile anche lasciar andare le persone che amiamo quando muoiono: un senso di ribellione all’inizio è comprensibile, specialmente in certe circostanze, ma se non si riesce ad accettare il distacco, la perdita, ci si condanna a una perpetua amarezza.
Staccarsi dalle cose, dai ruoli, dalle persone richiede di accettare la propria povertà, la propria finitezza; permette di far nascere qualcosa di nuovo; permette ad altre persone di crescere.
La nostra Chiesa di Padova sta per iniziare la fase decisiva del suo sinodo che si inserisce nel cammino sinodale della Chiesa italiana che a sua volta si inserisce nel sinodo di tutta la Chiesa.
Stiamo cercando di trovare il nostro futuro, e per poterlo trovare dovremo anche staccarci da una parte del nostro presente e del passato, altrimenti continueremo a cercare il modo (impossibile) di fare tutto quello che facevamo prima con solo una piccola parte delle forze che avevamo.
Non dobbiamo avere paura: quando Gesù è salito al cielo ha lasciato sulla terra solo undici apostoli e qualche centinaio di discepoli. Si è staccato dai suoi fidandosi di loro e dello Spirito Santo, che è ancora con noi.