Oggi la Chiesa celebra in modo speciale quel mistero che viviamo ogni domenica: l’Eucaristia, il Corpo e il Sangue del Signore Gesù offerti a Dio per la nostra salvezza, per la nostra liberazione dal male, dal peccato.
Il motivo per il quale questa festa è diventata importante è piuttosto triste: tra cristiani ci siamo violentemente divisi sul modo di intendere la trasformazione del pane e del vino nel corpo e sangue del Signore. Ma quando Gesù ha consumato con i discepoli l’ultima cena, di certo non intendeva proporre ai suoi un indovinello filosofico di difficile soluzione. Con questo non mi permetto di dire che tutto quel che si è detto e scritto sull’argomento non sia importante, ma è sicuramente meno importante di quel che Gesù voleva dire e fare in quell’ultima sera.
Gesù stava per morire, e lo sapeva.
L’inimicizia nei suoi confronti era salita fino al punto di non ritorno e il buonsenso suggeriva di andarsene in fretta per lasciar calmare le acque, a meno che non decidesse di schiacciare i suoi nemici con dodici legioni di angeli.
Ma Gesù ha preso una decisione completamente diversa.
Per tutta la sua vita ha cercato di rivelare al mondo il vero volto di Dio, Padre misericordioso. Non solo un’idea da trasmettere con un insegnamento – Gesù era chiamato ed era veramente un maestro – ma una Presenza che si manifestava nella sua persona, nelle sue parole e soprattutto nelle sue azioni, in tutta la sua vita vissuta nella carne mortale. In quell’uomo che mangiava, beveva, camminava, ma soprattutto incontrava, si prendeva cura, guariva, perdonava, amava… In quell’uomo, in quella vita era finalmente possibile scorgere il vero volto di Dio, la sua identità.
Di conseguenza, tutte le nostre idee sbagliate su Dio vengono confutate dalla vita di Gesù, ma soprattutto dalla sua morte.
Perché secondo noi un dio non può morire, non può perdere, non può lasciarsi schiacciare dal male. Invece Dio è diverso: ama e perdona fino alla fine.
Gesù si è consegnato, così, nelle mani dei suoi persecutori, invocando su di essi il perdono del Padre, anche mentre lo torturavano e lo deridevano.
Ma prima ci ha lasciato un segno di questa consegna: un gesto da compiere in sua memoria.
Ha spezzato il pane e lo ha fatto mangiare ai suoi discepoli dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi». Allo stesso modo, dopo la cena, ha dato loro un calice di vino dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per il perdono dei peccati».
Gesù vuole che ci nutriamo, che assimiliamo il suo sacrificio, il suo corpo spezzato sulla croce e il suo sangue versato nella passione. Questa morte violenta l’ha accettata per noi, perché possiamo credere che non esiste un peccato così grande che non possa ricevere il perdono. Perciò quando assimiliamo la sua morte e la sua vita, quando ci nutriamo del suo corpo e del suo sangue, non solo nel Sacramento, ma nell’ascolto della sua Parola, nella preghiera e nell’amore fraterno, poco alla volta diventiamo più simili a lui, veniamo trasformati in lui.
Fare la comunione non è un gesto magico: la trasformazione della nostra vita nella sua non avviene in proporzione al numero di messe alle quali partecipiamo, ma per la fede e l’amore che questo gesto risveglia in noi.
Ancora oggi, quando riceviamo la comunione, il Signore Gesù dice a ciascuno di noi e a tutta la comunità: «È il mio corpo che ha sofferto per voi che vi nutre. È il mio corpo risorto e glorioso che alimenta la vostra speranza e vi dà la forza di anticipare un mondo nuovo. È il mio sangue versato per voi che vi lega a un patto di amore inscindibile. È la mia vita spesa fino all’ultima goccia che disseta il vostro desiderio di pienezza. È nella condivisione di questi doni che trovate il legame che può fare di voi un solo corpo e un solo spirito».
Nel consegnare questo dono ai suoi discepoli, nell’ultima cena, Gesù raccomandò loro solo una cosa, una soltanto: l’unità nell’amore vicendevole. Purtroppo, fino a oggi, litighiamo su tutto, perfino sul sacramento della comunione…
Kyrie, eleison.